In evidenza

Nucleare di nuova generazione: la scommessa che l’Italia non può più rimandare

Dopo quarant’anni di esilio seguito ai referendum del 1987 e del 2011, il nucleare è tornato al centro dell’agenda energetica italiana. La Camera ha approvato la legge delega sul cosiddetto “nucleare sostenibile”, ora all’esame del Senato, con l’obiettivo di arrivare ai decreti attuativi entro fine 2026 e a una prima produzione elettrica indicativamente tra il 2033 e il 2034. È una svolta storica, e come socialisti riteniamo che sia la scelta giusta: non un ripiego, non un atto ideologico, ma la decisione più razionale e strategica che l’Italia potesse prendere per garantirsi un futuro energetico realmente indipendente. Un Paese industriale che vuole competere con Francia, Germania e Spagna non può permettersi di lasciare fuori dal proprio mix la sola tecnologia in grado di offrire, insieme, decarbonizzazione, continuità di fornitura e prezzi stabili nel lungo periodo.

I vantaggi tecnici: perché gli SMR non sono le centrali del passato

Il nucleare che si affaccia oggi nel dibattito italiano non ha quasi nulla a che vedere con Caorso o Trino Vercellese. Si tratta di Small Modular Reactor (SMR), impianti sotto i 300 MWe fabbricati in serie e assemblati in loco, e di Advanced Modular Reactor (AMR) di IV generazione, che utilizzano sistemi di raffreddamento innovativi come piombo o sali fusi. Il vantaggio tecnico principale è la sicurezza intrinseca: la modularità consente sistemi passivi di raffreddamento che non richiedono intervento umano in caso di emergenza, oltre a una gestione dei rifiuti radioattivi più efficiente rispetto alla vecchia generazione. Un secondo vantaggio, non meno importante, è la dispacciabilità: a differenza del fotovoltaico e dell’eolico, il nucleare fornisce una “base” energetica costante, 24 ore su 24, indipendente dal sole o dal vento, esattamente la caratteristica che oggi manca al sistema elettrico italiano.

Il nodo economico: costi ancora incerti, ma il confronto con Francia e Spagna parla chiaro

Va detto con onestà: gli SMR non hanno ancora una filiera industriale globale consolidata, e le stime di costo restano soggette a incertezza, come segnalano anche le associazioni ambientaliste critiche verso il piano del Governo. Il consorzio italiano Nuclitalia, nato dall’alleanza tra Enel, Ansaldo Nucleare e Leonardo, dovrà costruire da zero competenze industriali interrotte quattro decenni fa. Ma il termine di paragone che pesa di più nel dibattito pubblico è quello con Francia e Spagna, dove le bollette elettriche sono in alcuni casi la metà di quelle italiane, grazie a un mix elettrico che in Francia supera il 90% da fonte nucleare. Per un Paese come l’Italia, che sconta storicamente tra i prezzi dell’energia più alti d’Europa perché ancora troppo legati al prezzo del gas fossile, colmare quel divario è una questione di competitività industriale, non solo di bolletta domestica.

Perché le rinnovabili, da sole, non bastano

Non è un tabù dirlo: i numeri lo confermano. A fine 2025 l’Italia ha raggiunto 83.529 MW di potenza rinnovabile installata, di cui 43.513 MW di fotovoltaico e 13.629 MW di eolico, con una crescita di oltre 7 GW nell’ultimo anno. Eppure queste fonti, pur record, hanno coperto solo il 41% della domanda elettrica nazionale nel 2025, leggermente in calo rispetto al 42% del 2024, proprio perché la loro natura intermittente non si traduce automaticamente in un pari taglio della generazione fossile. Il settore sconta inoltre un rallentamento strutturale: nel 2025 le nuove installazioni sono calate dell’8,2% rispetto all’anno precedente secondo l’Osservatorio FER di ANIE, complice la congestione della rete nelle ore di massima produzione solare e i lunghi tempi autorizzativi. Per centrare il target 2030 del PNIEC servirebbero 11-12 GW di nuova capacità l’anno: nel 2025 ce ne siamo fermati a circa 7. Il messaggio è chiaro: le rinnovabili restano indispensabili, ma da sole non possono garantire la “base” energetica costante di cui un Paese industriale come l’Italia ha bisogno, soprattutto con la domanda elettrica destinata a crescere per data center, intelligenza artificiale ed elettrificazione dei consumi.

Quanto sono costati finora gli incentivi, e conviene ancora?

Qui serve chiarezza, perché è un tema che tocca direttamente le bollette dei cittadini. Il primo grande programma di sostegno, il Conto Energia (2005-2013), ha raggiunto e chiuso al tetto di 6,7 miliardi di euro di costo cumulato, ma quell’onere, spalmato su vent’anni di incentivazione per ciascun impianto, continuerà a pesare sulle bollette almeno fino al 2028. Secondo l’ARERA, il costo complessivo di tutti gli incentivi alle rinnovabili è salito a circa 8,9 miliardi di euro nel 2024 e a una stima di 9,6 miliardi per il 2025, in aumento proprio perché il calo dei prezzi di mercato dell’energia amplia il conguaglio da versare ai produttori incentivati: un paradosso per cui prezzi all’ingrosso più bassi si traducono in bollette più alte. A questi oneri si sommano i nuovi strumenti: il decreto FER-X ha stanziato 9,7 miliardi per il solo 2025, il Transizione 5.0 fino a 6 miliardi al 2030, le Comunità Energetiche Rinnovabili 5,7 miliardi (di cui 2,2 dal PNRR). È una mole di risorse pubbliche imponente, giustificata negli anni pionieristici del fotovoltaico quando i costi di produzione erano molto più alti di oggi, ma che oggi, a fronte di un LCOE del fotovoltaico utility-scale sceso intorno ai 43 dollari/MWh, andrebbe progressivamente riorientata verso strumenti più efficienti: aste competitive, storage e rafforzamento della rete, piuttosto che tariffe fisse che finiscono per remunerare anche impianti ormai ammortizzati.

Il geotermico: una risorsa di nicchia, non un’alternativa al nucleare

Il geotermico italiano merita rispetto storico: l’Italia ha inventato l’energia geotermoelettrica industriale a Larderello nel 1904, ed è oggi il terzo produttore mondiale dopo Stati Uniti e Filippine. Ma proprio la sua storia ne rivela anche il limite strutturale: la capacità installata è ferma da quindici anni a circa 915-920 MW, concentrata in 34 impianti tutti in un’unica area della Toscana, e copre solo il 2% della produzione elettrica nazionale. Non è un caso isolato o un’anomalia normativa: il geotermico tradizionale funziona solo dove esistono condizioni geologiche molto specifiche, e l’Italia ne ha in quantità limitata. Per superare questo vincolo geografico servirebbero tecnologie di nuova generazione come i sistemi geotermici potenziati (EGS) o a circuito chiuso (CLGS/AGS), che permettano di sfruttare il calore terrestre anche fuori dalle aree vulcaniche tradizionali: tecnologie però ancora sperimentali, senza casi commerciali maturi su scala industriale in nessun Paese al mondo, geotermia profonda con costi esplorativi elevati e alto rischio di insuccesso dei pozzi. Il decreto FER2 mette del resto a bando appena 160 MW di nuova capacità, con tariffe incentivanti (100-200 €/MWh) più basse di quelle tedesche e francesi, e senza un fondo di garanzia sul rischio esplorativo come quelli già attivi a Parigi e Madrid: un chiaro segnale che né il legislatore né il mercato considerano oggi il geotermico una priorità di sviluppo su scala nazionale.

Per queste ragioni, riteniamo che puntare in modo strategico e prioritario sul geotermico sarebbe un errore di valutazione: una tecnologia geograficamente confinata, ancora priva della maturità industriale e del sostegno incentivante necessari per un salto di scala, non può reggere il peso di una vera strategia di indipendenza energetica nazionale. Il geotermico può e deve restare un tassello del mix, in particolare per il teleriscaldamento e per la Toscana, ma non è la strada su cui l’Italia può permettersi di scommettere le proprie ambizioni di sovranità energetica.

Analisi politica e proposte che il Partito Socialista Italiano dovrebbe mettere in campo.

Il ritorno al nucleare resta un terreno politicamente diviso, e sarebbe disonesto negarlo: il centrodestra ne fa un pilastro identitario, mentre parte delle opposizioni e delle associazioni ambientaliste contestano tempi, costi e gestione delle scorie, e non è escluso un nuovo referendum abrogativo se la legge dovesse alienarsi il consenso popolare. Come socialisti crediamo che su questi temi serva pragmatismo, non tifo ideologico da nessuna delle due parti. Proponiamo:

Un mix energetico pubblico con il nucleare come pilastro strategico.
Nucleare di nuova generazione e rinnovabili devono essere i due assi portanti della strategia energetica italiana: il primo per garantire la base costante e dispacciabile, le seconde per la crescita rapida di capacità. Il geotermico può restare un contributo utile in ambito locale e termico, ma non deve distogliere risorse e attenzione politica dal percorso nucleare, che resta la priorità per l’indipendenza energetica del Paese.

Controllo pubblico della filiera nucleare.
Se lo Stato assume su di sé il rischio politico e finanziario del ritorno all’atomo, allora la governance di Nuclitalia e la proprietà degli impianti devono restare a maggioranza pubblica, per evitare che i profitti futuri vadano privatizzati dopo che il rischio iniziale sarà stato socializzato.

Trasparenza e compensazione reale per i territori.
La localizzazione dei siti deve passare da un percorso partecipativo vero, non calato dall’alto, con compensazioni economiche e occupazionali concrete per i Comuni ospitanti e una soluzione finalmente definitiva per il deposito nazionale delle scorie, oggi il vero collo di bottiglia dell’intero piano.

Riforma degli incentivi alle rinnovabili.
Va superata la logica delle tariffe fisse novecentesche a favore di meccanismi che premino davvero l’innovazione e lo storage, redistribuendo le risorse pubbliche verso ciò che garantisce un ritorno certo in termini di sicurezza energetica, a partire dal nucleare e dal potenziamento della rete.

Formazione e industria pubblica per il nucleare.
Investire fin da subito nella formazione di ingegneri, tecnici e maestranze specializzate nel settore nucleare, per non ritrovarci tra dieci anni con gli impianti approvati ma senza la manodopera qualificata per costruirli e gestirli, come già accaduto in altri settori strategici del Paese.

L’indipendenza energetica non si costruisce scegliendo una sola tecnologia salvifica, ma un mix intelligente, pubblico e trasparente. È questa l’idea di sovranità energetica in cui i socialisti italiani credono.

Va detto, per onestà intellettuale, che su questi temi esistono posizioni distanti dalla nostra. Una parte del mondo ambientalista, penso a Greenpeace e WWF, ritiene che investire nel nucleare sia un errore economico e tecnico, perché distoglierebbe risorse dalle rinnovabili senza garanzie sui tempi e sui costi reali degli SMR, tecnologia ancora priva di una filiera industriale matura su scala globale. Altri, al contrario, ritengono che anche il “mix” proposto sia timido, e che l’Italia debba puntare più decisamente anche su impianti di taglia maggiore per recuperare il tempo perduto rispetto a Francia e Spagna. Sono posizioni legittime, che meritano un confronto pubblico informato, non semplificazioni propagandistiche da una parte o dall’altra.

Roberto Lopane

Direzione Nazionale e Segretario Federazione di Imola, Partito Socialista Italiano