Domenica prossima si voterà per le elezioni amministrative e per i referendum. Una chance decisiva per i cittadini che saranno chiamati a decidere sul futuro della giustizia nel nostro Paese con uno scoglio complesso da superare costituito dal quorum.
È infatti necessario, come noto, che si presenti alle urne almeno il 50% più uno degli italiani. Sfida difficile considerando anche la totale assenza del tema nelle maggiori trasmissioni televisive e sulle pagine dei maggiori quotidiani italiani.
Al referendum abrogativo, dei sei quesiti inizialmente presentati, ne sono stati ammessi soltanto cinque. Singolare la scelta della Corte Costituzionale di aver ritenuto inammissibile il quesito relativo alla responsabilità diretta dei magistrati già oggetto di referendum nel 1987.
I cinque quesiti referendari ammessi in materia di giustizia dalla Corte Costituzionale sono: abolizione decreto Severino, limiti agli abusi della custodia cautelare, separazione delle carriere dei magistrati, equa valutazione dei magistrati, riforma del CSM”.
Il primo quesito (scheda di colore rosso) riguarda l’abrogazione del decreto legislativo n.235/2012 che riporta alla legge n.190/2012. Una legge imperfetta che va in antitesi con il dettato costituzionale che afferma come tutti i cittadini siano innocenti fino al terzo grado di giudizio, ragion per cui far decadere un amministratore dopo il giudizio di primo grado è ingiusto e incostituzionale. A questo va aggiunto come il legislatore abbia usato due pesi e due misure, infatti a seguito di sentenza di primo grado decadono soltanto gli amministratori di enti locali mentre i parlamentari solo dopo l’ultimo grado di giudizio. Con la vittoria del Sì, a seguito di un caso di condanna, la competenza di applicare o meno l’interdizione dai pubblici uffici tornerebbe alla magistratura.
Il secondo quesito (scheda di colore arancione) riguarda la limitazione delle misure cautelari. Esse ormai da tempo sono utilizzate, in alcuni casi per addivenire ad una verità, come accadde durante tangentopoli, o troppo spesso per una pigrizia giuridica che porta a non utilizzare misure alternative al carcere, come i braccialetti elettronici per i quali lo Stato italiano ha fin ora speso milioni di euro.
La custodia cautelare, cioè il carcere preventivo rispetto alla condanna definitiva è una pratica di cui si abusa spesso. Da strumento di emergenza è stato trasformato in una vera e propria forma anticipatoria della pena. Ogni anno, infatti, migliaia di innocenti vengono privati della libertà senza che abbiano commesso alcun reato e prima di una sentenza anche non definitiva. Con la vittoria del Sì resterebbe in vigore la carcerazione preventiva per chi commette reati più gravi e si abolirebbe la possibilità di procedere alla privazione della libertà in ragione di una possibile “reiterazione del medesimo reato”.
Il terzo quesito (scheda di colore giallo) riguarda la separazione delle carriere. L’Italia è uno dei pochi paesi al mondo nel quale le funzioni giudicanti, inquirenti e requirenti sono un corpo unico. Condizione che istituzionalizza uno spirito corporativo tra le due figure e compromette un sano e fisiologico antagonismo tra funzioni, vero presidio di efficienza e di equilibrio del sistema democratico. In alcune importanti democrazie i PM hanno carriere nettamente separate da quelle dei giudici, in altre l’accusa è rappresentata da avvocati. A ostacolare per i magistrati il passaggio dalla funzione giudicante a quella requirente sono intervenute nel tempo già due riforme (con il leghista Roberto Castelli come Guardasigilli nel 2005 e con Clemente Mastella nello stesso ruolo nel 2007). Ma non basta. Con la vittoria del Sì il passaggio tra le funzioni non sarebbe più praticabile.
Il quarto quesito (scheda di colore grigio) incide sui consigli giudiziari, organismi territoriali composti da magistrati, ma anche da membri “non togati”: Purtroppo la componente laica, rappresentata da avvocati e professori universitari è però esclusa dalle discussioni e dalle votazioni che attengono alle competenze dei magistrati. Solo i magistrati, dunque, hanno oggi il compito di giudicare gli altri magistrati. Una condizione che è addirittura in contrasto con il dettato Costituzionale, che ha voluto che nel CSM vi fosse una componente non togata con eguali poteri dei componenti togati. Con la vittoria del Sì viene riconosciuto anche ai membri “laici”, cioè avvocati e professori, di partecipare attivamente alla valutazione dell’operato dei magistrati.
Il quinto quesito (scheda di colore verde) farebbe cadere l’obbligo, per un magistrato che voglia essere eletto, di trovare da 25 a 50 firme per presentare la propria candidatura, cosa che implicitamente porta il candidato a rivolgersi al consociativismo delle correnti. Con l’affermazione del Sì, si tornerebbe alla legge antecedente al 1958, quando tutti i magistrati avevano il diritto di candidarsi come membri del CSM presentando semplicemente la propria candidatura, annullando o comunque ridimensionando il potere delle correnti ormai venuto alla luce definitivamente grazie alle confessioni di Luca Palamara.
In Italia la questione giustizia è stata spesso erroneamente affrontata in termini ideologici, eppure è talmente una esigenza di civiltà che non dovrebbe configurarsi più come un tema di scontro politico. Non si può infatti più sfuggire a una modifica ineludibile né può essere ritardato un complessivo ripensamento dell’intero sistema. Perché è un tema di modernità e di responsabilità collettiva che non può più essere soltanto discusso in termini di maggioranze politiche. Perché è una scommessa che dobbiamo vincere per ridare slancio a questioni non più rimandabili.
Dovremmo ripartire dunque da una “costituente della giustizia” per ricostruire un “sistema” che ponga in prima linea le esigenze dei cittadini, riformando un assetto orami al collasso. Negli ultimi trent’ anni sono state trentamila le persone indennizzate per ingiusta detenzione, per una spesa di circa 900 milioni di euro. A questi numeri va aggiunto il 77 per cento di istanze respinte di imputati assolti ma non indennizzati. Un numero spaventoso. La giustizia italiana è notoriamente lenta e costosa, le carceri sono delle bombe a orologeria, certo alcuni limiti come il numero di operatori (magistrati, personale amministrativo, guardie penitenziarie) sono conseguenza di politiche governative errate ma molte colpe vanno affrancate esclusivamente alla magistratura italiana. In sostanza, per rimettere sulla giusta carreggiata l’amministrazione della giustizia nel nostro Paese serviranno interventi numerosi e aggiustamenti progressivi. La cosiddetta riforma “Cartabia” è un primo passo, positivo ma non certo esaustivo.
Il cammino è solo ai primi passi e può durare anni se non decenni. Un pronunciamento netto del popolo il 12 giugno può imprimere una accelerazione decisiva. Per questo è così importante partecipare e pronunciarsi con cinque Sì. Che non riguardano solo il merito dei quesiti, ma soprattutto la volontà di procedere con determinazione nel cammino riformatore.
Luigi Iorio
Coordinatore della Segreteria Psi