Economia

25 aprile e primo maggio. Partire da pace e giustizia sociale

MANIFESTAZIONE DEI SINDACATI CGIL CISL UIL
di Giorgio Benvenuto

 

GIORGIO BENVENUTO

La settimana che è andata dal 25 aprile al primo maggio 2025 la si ricorderà a lungo. E molti la porteranno nell’animo. Potremmo definirla come il risveglio di valori fondamentali per guardare avanti a partire da quello della pace invocata da Papa Francesco, a quello della libertà ritrovata come bussola per affrontare i problemi del nostro tempo nel 25 aprile. Insomma una maggiore giustizia sociale che trova la sua ragione d’essere nell’impegno costante del movimento dei lavoratori che trova approdo e ripartenza nel primo maggio.
Quando i potenti della terra hanno voluto essere presenti al funerale di Papa Francesco si sono trovati di fronte la salma di un Pontefice che calzava le sue scarpe da lavoro. Come per voler dire che il percorso verso il riconoscimento del valore positivo della pace e quello per non abbandonare al loro destino gli ultimi non deve conoscere ostacoli né temporali, né di potere. Ci si è chiesto anche in questi giorni se l’incalzare del Papa sui temi della pace e della promozione della dignità umana, spesso con toni forti, molto più forti di quelli usati da coloro che hanno responsabilità politiche sia caduto nel vuoto, non abbia sortito effetti. Che non sia stato un fallimento lo si è capito osservando quanto il messaggio pastorale di Papa Francesco sia arrivato nel profondo dei cuori della gente, di quella moltitudine che ha affrontato ogni sorta di sacrificio per essere accanto a lui e che, se vogliamo, ha rappresentato tanto sia per i Capi di stato e di governo sia per coloro che non avevano potuto presenziare ai funerali.
C’è concretezza nei valori se la volontà che li anima è quella di farli vivere nella soluzione dei problemi e delle controversie.
Questa concretezza la si è riscontrata anche nelle celebrazioni del 25 aprile. Anche in questo caso un valore spesso logorato dalla retorica come quello della libertà ha ritrovato una nuova validità con la partecipazione all’evento ma ancor di più non dimenticando che le donne e gli uomini che si erano opposti al nazifascismo avevano gioito della ritrovata libertà per poter dare seguito ai loro progetti ed alle loro speranze: un’Italia nuova, nella quale la pratica democratica e il rispetto di tutte le libertà contribuissero a costruire una società senza più paure, oppressioni, esclusioni. Ed hanno sottratto alle macerie un Paese quasi distrutto riportandolo ad esser rispettato ed ha dotarsi di un progresso economico nel quale proprio le lavoratrici e i lavoratori sono diventati protagonisti.
Non era l’Italia degli slogan futili, delle liti da cortile, dell’immagine come autoreferenzialità, ma era l’Italia che bandiva l’odio e promuoveva il confronto, i progetti, le scelte da fare, il rispetto dei diritti.
Quell’Italia avrebbe ben compreso il monito di Papa Francesco quando disse che si comportava peggio un cristiano che odiava rispetto ad un ateo. Perché l’odio non fa altro che distruggere e impedisce di capire le ragioni di chi ti sta di fronte, primo passo per far prevalere le proprie.
Quest’anno il primo maggio accoglie questa intensità di valori espressi da folle di persone che hanno dato credito ad ideali che apparivano sbiaditi o contraddetti dalla realtà dei fatti. Ed è investito da una grande ma positiva responsabilità: farli durare nel tempo, utilizzarli per affrontare con determinazione problemi che rischiano invece di minare le ragioni della coesione sociale, quelle dello sviluppo, quelle di regole condivise che fanno sentire un popolo anche una comunità.
Ed è importante che in queste giornate si siano visti tanti giovani dimostrare con la loro presenza ed azione quanto sia errato il considerarli vittime della fragilità dei tempi, del richiamo invasivo dei social, della indifferenza di quanti a parole li difendono ma senza in realtà credere nelle loro potenzialità ideali. Ed in questo periodo i giovani hanno affermato senza nessun equivoco di conservare nel loro animo quella capacità di trasformare i valori, specie quello della pace, in vita vissuta, in progetti di vita.
Il primo maggio 2025 chiama ancora una volta a considerare quello che in decenni si è costruito e quello che davanti a noi deve cambiare come un percorso possibile, ancora più capace di conquiste utili se si daranno occasioni di impegno proprio alle giovani generazioni, impedendo loro di fuggire altrove, ritenendoli capaci di fiducia e di protagonismo. Del resto una delle pagine più importanti del movimento sindacale, nell’autunno caldo, fu scritta in buona parte da giovani operai.
Rivitalizzare i valori di riferimento vuol dire proprio questo: concentrarsi sui problemi, farli sentire come propri del mondo del lavoro, creare con continuità, unità, capacità di lotta le condizioni necessarie perché la necessità di affrontarli e di risolverli non vada delusa. Si tratta di ritrovare la voglia di rischiare, prendendo spunto dal coraggio e dalla generosità di Papi come Francesco, di donne e uomini come coloro che fecero vincere l’antifascismo. Ecco perché vale la pena di conservare nella memoria questi sette giorni come il segno di una auspicabile rivoluzione degli animi per guidare quella forte esigenza di cambiamento che attende risposte.