Economia

Serbia, tutti pazzi per il litio e l’Europa sta a guardare

Di Dnn87 - Fotografia autoprodotta, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3215855

Il litio serbo si chiama jadarite, minerale scoperto nel 2004 lungo le rive del fiume Jadar (appunto) nei pressi di Loznica, Serbia Occidentale. Un minerale composto da boro e altissime percentuali di litio, talmente appetibile che la grande multinazionale Rio Tinto ha subito acquistato tutte le proprietà immobiliari a ridosso dell’area. Rio Tinto fu fondata a Londra a fine ‘800 e oggi opera in 35 Paesi in tutto il mondo con lo slogan «Produciamo materiali essenziali per il progresso umano», ma nonostante la roboante presentazione è stata più volte accusata di provocare ingenti danni ambientali e violare sistematicamente i diritti umani. Un’espropriazione su vasta scala che, col supporto dell’Unione Europea, porterà alla creazione di una nuova e redditizia cava di litio. Già lo scorso giugno il Parlamento Europeo aveva approvato l’interdizione totale della vendita di automobili a combustione tradizionale a partire dal 2035. Al contempo, il vice presidente della Commissione Europea ha stabilito che entro il 2025 l’UE dovrà diventare la seconda più grande produttrice mondiale di batterie al litio, dopo la Cina. Oggi l’Europa è costretta a importare la quasi totalità di litio necessaria alle sue industrie, da cui la necessità di diversificare il suo approvvigionamento. Ecco perché a Bruxelles la direzione generale del mercato interno, delle imprese e dei piccoli e medi imprenditori sostiene calorosamente l’investimento della Rio Tinto in Serbia. Una multinazionale il cui capitale si spartisce principalmente tra Gran Bretagna, Australia e Stati Uniti, e che è attiva nei Balcani fin dal 2001 con l’apertura della sua prima filiale a Belgrado. Nel 2017 ha firmato col governo serbo un protocollo d’intesa per l’attivazione del Progetto Jadar: solo oggi i documenti di quel protocollo sono stati resi pubblici, e mostrano chiaramente le pressioni subìte dal governo serbo da parte delle ambasciate occidentali per concretizzare la cosa. Non solo: gli studi relativi all’impatto ambientale del progetto sembrano a dir poco assumere il misero ruolo di mera (e trascurabile) formalità.

Già nel 2018 la Rio Tinto aveva esposto la necessità che la Serbia divenisse membro dell’Unione Europea, chiedendolo esplicitamente durante una riunione formale tra rappresentanti governativi britannici e statunitensi. Nel 2021 molti giornalisti sono stati raggiunti da pressioni per promuovere l’entrata nell’UE della Serbia, proprio mentre la cancelliera Merkel lasciava l’incarico sollecitando i colleghi ad accelerare l’ingresso dei serbi nella partnership europea, e proprio mentre i vertici della Rio Tinto stabilivano contatti diretti con tre grandi aziende automobilistiche tedesche: Daimler, Volkswagen e BMW.

Come sostiene Marnie Finlayson, direttrice generale della Rio Tinto, “nei prossimi quindici anni la Serbia diventerà il maggior produttore di litio in Europa”. Ma perché puntare tutto sulla Serbia, se altri grandi giacimenti di litio sono già stati scoperti e attivati in Germania, Repubblica Ceca, Portogallo, Austria e Finlandia? Secondo l’ultimo rapporto dell’Istituto Americano di Geologia, le risorse di litio serbe rappresentano solo l’1,3% del totale al mondo, contro il 23,5% della Bolivia, il 21% dell’Argentina e il 3% della Germania, dove la forte opposizione degli ecologisti sta comunque frenando lo sfruttamento del bacino renano. Se questi sono i dati, le motivazioni che spingono la Rio Tinto a puntare sulla Serbia sono differenti: si tratta di massimizzare i profitti in un territorio dove non solo il costo del lavoro è minimo, ma anche la resistenza politica e sociale al rischio ambientale lo sono. Lungo il fiume Jadar, nuovo forziere di jadarite (cioè di litio), vivono oltre quattromila persone, 140 specie animali e vegetali protette sia da specifiche leggi serbe sia da normative europee per la tutela della fauna e dalla flora indigene, e nell’area si trovano circa 50 siti ufficialmente classificati come patrimonio storico e culturale mondiale. Ma la Rio Tinto nega ogni impatto negativo associabile all’estrazione del minerale, anche se uno studio della facoltà di biologia di Belgrado ha rilevato che ne risulteranno direttamente minacciati 45 ettari di foreste secolari e oltre 700 ettari di terreni agricoli.

E’ ormai noto a tutti che l’estrazione mineraria comporta l’utilizzo di enormi quantità di acqua e di energia, che a loro volta aumentano l’inquinamento globale generale; ma il particolare processo di estrazione del litio causa anche l’immissione nel sistema idrogeografico di tonnellate di composti metallici nocivi come piombo, nichel, zinco e arsenico. Considerando il valore attuale e potenziale delle terre serbe votate alla produzione agricola, i benefici dello sfruttamento di litio e boro giacenti nel sottosuolo sono ben inferiori ai danni stimati in superficie. Ma la cessione di numerose licenze minerarie alla Rio Tinto e alle sue ditte satelliti comporterà alle casse della Serbia un introito superiore ai 300 milioni di euro nei soli primi dieci anni di attività.

Come tanti degli Stati orfani del muro di Berlino, anche la Serbia ha perduto la titolarità del proprio sviluppo interno, diventando terra di conquista degli investitori occidentali: in tale scenario tutti i fondi esteri sono considerati benvenuti a priori, qualunque sia il loro effetto nel lungo periodo. Del resto, la stessa popolazione si è schierata contro la Rio Tinto non tanto per i leciti rischi ambientali quanto per le ombre di corruzione che si allungano sul progetto: alcuni giornalisti serbi hanno infatti da poco scoperto che la grande multinazionale ha affidato le trattative in loco ad un’impresa serba il cui proprietario è nipote del Ministro delle Miniere serbo. Quando alcune famiglie hanno rifiutato di vendere le proprie fattorie alla Rio Tinto, il Partito Progressista Serbo (ora al potere) ha dichiarato il Progetto Jadar “di interesse nazionale”, confermandolo esecutivo e arrivando anche ad approvare un’apposita legge per velocizzare l’intera procedura di espropriazione, riducendola fino a cinque giorni complessivi.

Questa decisione ha finalmente sollevato una mobilitazione ecologista e sociale senza precedenti nella Serbia postsocialista, con ponti interrotti e autostrade bloccate, e per la prima volta in dieci anni il governo ha tremato, a tal punto che il presidente Aleksandar Vučić ha promesso pubblicamente non solo il ritiro della legge sulle espropriazioni ma addirittura la fine delle trattative con la Rio Tinto.

Eppure il Progetto Jadar non è stato del tutto archiviato: Simon Thompson, amministratore delegato della multinazionale, si è da poco dichiarato favorevole alla ripresa del dialogo col governo serbo, perché “si tratta di un progetto perfetto”.

Resta solo la voce del leader serbo della sinistra ecologista, Aleksandar Jovanović Ćuta, a levarsi nel silenzio assordante dell’opinione pubblica europea: “Vogliamo che lo sfruttamento minerario di litio sia dichiarato illegale sull’intero territorio serbo, e questo nonostante l’amichevole pressione dell’Unione Europea”, dice. La strada verso l’inquinamento zero, insomma, è ancora lunga.