Esteri

Varsavia, da dove nasce l’opposizione all’Europa

Nel 2017 una opaca riforma costituzionale voluta dal governo polacco, guidato dalla destra nazionalista e sovranista di un partito chiamato “Diritto e Giustizia” (appunto), ha istituito una sezione disciplinare che sta rimuovendo i giudici della Corte Suprema Polacca scegliendoli tra quelli che più applicano le normative europee all’ordinamento polacco. Bruxelles minaccia oggi di chiudere il borsello dei fondi speciali destinati a Varsavia. O peggio, di attivare le procedure per espellere la Polonia dall’Unione.
Quindi, se la Gran Bretagna ha lasciato l’Unione Europea per motivi economici, la Polonia sta rischiando di farlo per motivi legati al diritto, o meglio alla compatibilità tra diritto nazionale di stato sovrano e diritto europeo/internazionale, come sostengono nell’approccio edulcorato della questione.
Eppure a voler lasciare l’UE fu allora la maggioranza dei cittadini britannici, mentre oggi l’80% dei polacchi desidera restare nell’Unione.
Eppure qualche polacco deve aver portato la destra al governo. Democraticamente. E liberalmente.
La Polonia è nella NATO dal 1999, e nell’UE dal 2004. E’ anche, da sempre, fedele partner militare degli Stati Uniti e privilegiato referente commerciale della Germania. Se fossimo in pieno ‘800, potremmo definire la Polonia uno Stato cuscinetto tra Oriente e Occidente. Caduto il muro, e diventato Santo papa Wojtyla, questa nazione nel cuore geografico dell’Europa è ancora oggi fulcro di delicati equilibri economici e politici tra Est e Ovest.
Oggi come ieri, insomma. E gli eventi recenti lo confermano. Nell’autunno del 2015 la Polonia firmò con Estonia Lettonia e Lituania un accordo per costruire il primo gasdotto baltico, che avrebbe cessato la dipendenza energetica di quei territori dalla Russia. L’Unione Europea si accollò il 50% delle spese del progetto, pari a 230 milioni di euro. La Germania lavorò giorno e notte affinché l’allora presidente della Commissione, Juncker, portasse a casa il risultato.
Nell’estate del 2019 il ministro della difesa polacco Blaszczak firmò con Donald Trump un patto militare per portare altri mille soldati americani in sei nuove basi individuate da Washington sul suolo polacco, sotto l’egida NATO.
Nel 2005 Varsavia era il dodicesimo partner commerciale di Berlino. Adesso è il quinto. Il volume di scambi tra le due capitali è passato in vent’anni da 8 a 125 miliardi di euro. Oggi sono oltre 1500 le imprese polacche attive in Germania.
La Polonia è una dei pochi paesi europei la cui spesa per la difesa supera il 2% del PIL: nel 2032 arriverà al 2,5%. Con gran gioia del Patto Atlantico.
Dal 2009 la Francia ha avviato con la Polonia trattative per basi nucleari in Pomerania. L’italiana Leonardo sta preparando 32 elicotteri d’attacco per Varsavia, commissionati nel 2019 e operativi nel 2025.
Dal 2004 il PIL polacco è raddoppiato, le esportazioni triplicate, le rimesse dall’estero sono passate da 45 a 200 miliardi di euro, il tasso di disoccupazione è sceso dal 20% al 6,8%. Tutto ciò sarebbe stato possibile
senza l’adesione all’Unione Europea? Senza Solidarnosc? E senza un papa polacco? La “ribellione” polacca attuale, diretta a limitare i poteri del diritto e delle istituzioni europee sul proprio stato sovrano, sembra avere (in parte) radici concettuali proprio in quello che negli Anni ’80 fu Solidarnosc. Anche allora i polacchi vollero ribellarsi al sovrapotere sovietico, e alla costante ingerenza di Mosca sui propri affari. Che l’animosità di questo popolo sia inaffondabile? Se ieri la spinta libertaria al recupero dello stato di diritto partiva da basi sindacali, oggi la deriva sovranista parte invece da vertici governativi destrorsi.
In una congiunzione astrale particolarmente favorevole ai nazionalismi, sembra instancabile l’abile ascesa populieuropeo.
L’escalation parte a fine 2020 quando, al momento del voto per approvare il fondo speciale Next Generation EU, l’Ungheria di Orban e la Polonia di Morawiecki minacciarono di porre il proprio veto: sottostare a specifiche e più cogenti restrizioni imposte da Bruxelles per poter usufruire della cascata di euro stanziata dal fondo, era ritenuta da Budapest e Varsavia una prepotenza illiberale nei riguardi del proprio stato di diritto. Leggasi “sovranismo”.
Ma già da qualche anno, ben prima del Recovery Fund, la Polonia aveva iniziato gradualmente ad alterare il consueto democratico equilibrio tra potere legislativo, esecutivo e giudiziario. La deriva antidemocratica era già in corso da tempo, dunque: grazie a leggi interne, infatti, la Camera Bassa polacca (omologa della nostra camera dei deputati) nomina direttamente i giudici della corte costituzionale, e una recente Sezione Disciplinare ne rimuove altri, su istanza politica. C’è stata un’anomala ondata di prepensionamenti tra i giudici polacchi, guarda caso proprio quelli più propensi ad accogliere leggi europee nell’ordinamento interno. I giudici rimossi hanno portato la questione davanti alla Corte dell’Aja, che a sua volta ha interpellato Bruxelles. L’esito dello scontro è tuttora incerto, perché in ballo non c’è solo la permanenza di Varsavia nell’Unione Europea ma anche l’effettivo stanziamento dei fondi Next Generation EU.
La destra di Morawiecki è la stessa che nel 2020 ha sancito il divieto assoluto di aborto, ad eccezione dei casi di stupro e incesto con sentenza in giudicato.
La stessa che promuove la revisione dei programmi di studio nelle scuole, a favore dei “valori patriottici” e con l’ora di religione obbligatoria.
La stessa che nel vertice UE di maggio a Port, ha ottenuto che la tutela dei diritti di genere fosse depennata dalle politiche sociali europee. La stessa che ha concesso ad una compagnia petrolifera controllata dallo Stato di acquisire il gruppo media Polska Press, limitando di fatto la libertà di
espressione generale e diffamando i giornalisti più critici. La stessa che vuole alzare un muro lungo il confine con la Bielorussia per bloccare i flussi migratori, e lascia quotidianamente morire assiderati i profughi. La stessa che, per legge, ha imposto ai discendenti degli ebrei deportati il limite di 30 anni per reclamare gli immobili confiscati dal regime nazista (legge negazionista, così l’ha chiamata Israele). La stessa, infine, che vuole defilarsi da ogni impegno europeo e globale per la tutela dell’ambiente.
Uno Stato che possiede il più grande giacimento carbonifero d’Europa, e produce la più elevata quantità di rame al mondo. Uno Stato il cui primo ministro nazionalista dichiara di essere “*favorevole all’universalimo europeo ma contrario al centralismo europeo*”.
La patria di Edith Stein, Wislawa Szymborska, Isaa Singer, Lech Walesa, Zygmunt Bauman e Schopenhauer potrà dimenticare la sua storia recente e tornare ad abbracciare la deriva nazionalista? A ottobre 12 Stati Europei hanno scritto alla Commissione per chiedere stanziamenti utili ad alzare muri di confine anti-immigrazione. Tra questi, Ungheria e Polonia. Una lettera che Salvini e Meloni avrebbero voluto firmare personalmente, come personalmente dichiarano il più incondizionato appoggio a Morawiecki: la questione del diritto nazionale come prevalente rispetto a quello europeo sarà la nuova bandiera della propaganda di destra. L’ennesimo facile proclama altamente digeribile e assimilabile per quanti (e sono tanti) non conoscono neanche l’articolo 11 della nostra Costituzione: la pace e la giustizia tra le Nazioni, con buona pace di Altiero Spinelli, dovranno cercare altri lidi.