Il no della Consulta al referendum, il no della Camera all’arresto di Cosentino: in un paio d’ore l’Italia è tornata un paese normale, in cui le leggi elettorali non resuscitano per opera e virtù di 111 costituzionalisti che tirano per la giacca la Corte, e i parlamentari non vanno in galera per un mediocre calcolo politico. Nel caso, per la verità, anche Cosentino si è salvato per calcolo di quanti nella Lega non sopportano Maroni. Ma il clamore determinato dal voto indurrà il Parlamento ad un uso più responsabile delle proprie prerogative istituzionali: le stesse che dovrebbe esercitare in materia di legge elettorale, e che, sempre per la verità, non ha esercitato per cinque anni, con maggioranze di centrosinistra e di centrodestra.
Ora però il quadro è diverso. Il sistema fondato sulle reciproche convenienze è ormai in frantumi, e il gioco delle parti che in esso si sviluppava non è più “il gioco dei potenti”: dell’impotenza di questi giocatori, del resto, è testimone l’inevitabile governo Monti. Il Parlamento, quindi, non ha altra strada che quella di riaprire i giochi, riconoscendo la propria debolezza, ma operando perchè la legislatura successiva non manchi a sua volta di legittimazione, e le istituzioni non manchino più di equilibrio.
Giorni fa, sulla Repubblica, Andrea Manzella aveva consigliato di ripristinare il “sistema duale” con cui venne elaborata la Carta del 1948 (di distinguere, cioè, l’attività costituente da quella di competenza del governo); e vent’anni fa Cossiga si era chiesto se il potere costituito potesse farsi potere costituente. L’esperienza dice che non può. E dice anche che un sistema politico non può reggersi solo su una legge elettorale, perchè altro è definire i rapporti di forza, altro i rapporti fra le forze.
Non resta che usare con intelligenza l’articolo 138 della Costituzione, che non impedisce al Parlamento di promuovere l’elezione a scrutinio proporzionale di un’Assemblea costituente. E non resta che usare con la stessa intelligenza il potere legislativo in materia elettorale, mettendo per ora una pezza al Porcellum (per esempio abolendo il premio di maggioranza e ripristinando le preferenze), e rinviando la legislazione “a regime” a quando un regime (parlamentare, federale, presidenziale che sia) sarà stato definito da un’Assemblea eletta dal popolo. Altrimenti si può solo abbaiare alla luna: come già hanno cominciato a fare, con la finezza che li contraddistingue, Di Pietro e Calderoli.
Luigi Covatta