E’ stato tutto filmato. E quel che si vede e si sente é agghiacciante. Non solo nei campi libici i migranti bloccati sono tenuti come in una grande e sudicia prigione, ma si svolgono veri e propri mercati di vendita e acquisto degli uomini. In perfetto stile schiavismo americano pre ottocentesco. Era evidente che non ci si poteva fidare della volontà o capacità della Libia di vigilare, gestire, umanizzare questi luoghi di momentaneo rifugio dei migranti bloccati. Era evidente che un paese con due governi, decine di tribù, la guerra al terrorismo, le bande dei traghettatori alla Caronte magari assoldati per il lavoro sporco, non prometteva nulla di buono.
Sapevamo anche che questa era la preoccupazione principale del ministro Minniti, che abbiamo appoggiato nella sua strategia che punta al governo italiano ed europeo di un fenomeno prima sottovalutato e poi spesso colpevolmente ignorato. Adesso si muove, finalmente, il commissario per i diritti umani. Ma non é trascorso troppo tempo? Da quanti mesi andiamo ripetendo che il respingimento in Libia deve essere governato dall’Onu e che alla gestione Onu vanno affidati i campi? L’emergenza deve portare a un immediato cambio di rotta. Non è possibile ignorare i diritti umani di tante persone, uomini, donne e bambini, dei quali ignoriamo le modalità di trattamento. Vanno immediatamente bloccati questi ignobili mercati di esseri umani, individuati e puniti coloro che li hanno messi in atto.
La strategia di contenimento dei flussi migratori non può cambiare di fronte a tali abnormità. Non possiamo permetterci di rinnovare i vecchi flussi, di divenire di nuovo attracco di navi della disperazione, quando il mare non le abbia prima sommerse e affondate. Non possiamo tornare a divenire fonte di guadagno dei mercanti di morte, che approfittano della volontà di migliaia e migliaia di poveretti di uscire dall’inferno delle guerre e della povertà per sfruttarli, arricchirsi, ingrassare enti e cooperative, fuoriuscendo spesso dalla legalità e contribuendo a generare conflitti, paure, disagi. Però abbiamo il dovere di intervenire in Libia dove si gioca la partita della libertà, della dignità, dei diritto di tutte le donne e gli uomini del mondo. “Aiutiamoli a casa loro” da oggi significa per noi evitare che, non rischiando più la morte nel Mediterraneo, costoro rischino la vita e il loro destino tra le malversazioni e le ignobili aste di esseri umani, quasi fossero oggetti e non persone, in un’insopportabile e scioccante oasi di medioevo. Una buona dose di internazionalismo umanitario ci spinge a non alzare mai le spalle di fronte ai drammi ovunque si consumino.