Oggi il sociale va molto di moda. Le battaglie di Greta Thunberg conquistano il favore di migliaia di persone, il #MeToo informa di sé il dibattito culturale, le istituzioni internazionali fanno a gara per definirsi inclusive e paritarie. Peccato che, quando dalle parole si deve passare ai fatti, gli entusiasmi si placano.
Esiste un Paese, Taiwan, che nelle scorse settimane ha chiesto aiuto alla comunità internazionale per mettere fine a una grave discriminazione di cui è vittima da più di due anni. Su pressione della Repubblica Popolare Cinese, che non riconosce la sua sovranità e la sua indipendenza, Taiwan è stato escluso ancora una volta dai lavori dell’Assemblea Mondiale della Sanità, organo legislativo dell’Oms, che si stanno tenendo a Ginevra a partire da ieri. Un consesso particolarmente importante per concordare strategie e obiettivi comuni per la tutela della salute, la prevenzione delle malattie, la copertura sanitaria globale. Quelle stesse istituzioni che tante parole dedicano all’ “inclusività” e ai “diritti umani” hanno scelto di precludere a un Paese di più di 23 milioni di persone il diritto a dire la propria su un tema così delicato, piegandosi al volere di un regime totalitario (e che di comunista, va detto per inciso, non ha più nulla). I media mondiali, cui tanto piace il “sociale” mainstream, hanno pressoché ignorato la vicenda, troppo impegnati a dare voce ai recenti proclami di Xi Jinping sul “dialogo e l’armonia tra le civiltà”.
A questo proposito si è tenuta giovedì scorso a Roma una manifestazione intitolata “Cammina con Taiwan”, organizzata dall’Ufficio di Rappresentanza di Taiwan in Italia e dall’Associazione dei taiwanesi in Italia. Alla manifestazione hanno preso parte tra gli altri l’ambasciatore di Taiwan in Italia Andrea Sing-Ying Lee, il senatore Lucio Malan (FI), presidente del Gruppo Interparlamentare di Amicizia Italia-Taiwan, e i deputati del Pd Nicola Carè, Vito De Filippo e Marco Di Maio. La manifestazione aveva un duplice scopo: quello di ribadire l’importanza del diritto alla salute e quello di ricordare l’apporto che Taiwan può dare in questo senso.
La partecipazione di Taiwan all’Assemblea Mondiale della Sanità è una questione centrale per molti motivi. Tutti concordano sul fatto che Taiwan, sul piano della salute, sia un modello virtuoso. È stato il primo Paese in Asia ad adottare una copertura sanitaria universale, ormai ventiquattro anni orsono; il suo sistema sanitario funziona e ha un costo inferiore al 7% del Pil annuo. Ma c’è un fatto ancora più importante. La prevenzione delle epidemie su scala globale – e con essa l’implementazione della ricerca – è possibile soltanto se ciascun Paese mette in comune con gli altri i dati di cui dispone, concordando con questi un’azione unitaria.
Ciò è particolarmente vero se si considera la posizione strategica di Taiwan nell’area indo-pacifica, che ne fa un interlocutore impossibile da ignorare nella definizione di politiche comuni. Le ripercussioni di tutto ciò sulla gestione delle emergenze sanitarie, la cui efficacia dipende in larga parte dalla mutua collaborazione fra gli stati, sono drammaticamente serie. Come ha ricordato l’ambasciatore Lee in una lettera uscita sabato su “L’Opinione”, l’epidemia di Sars del 2003 è stata tanto feroce a Taiwan proprio perché è mancata la pronta assistenza dell’Oms in quella delicata fase.
Perché dunque gli organismi internazionali non intervengono? Perché la stampa non si mobilita per porre fine a una situazione così grave, così pericolosa per la vita di milioni di persone? Perché i governi – tranne rare eccezioni – tacciono?
L’impressione è che il nodo dei diritti umani, in una fase storica così improntata all’autoritarismo e insieme al liberismo selvaggio, non interessi in realtà praticamente a nessuno. Come ha scritto Damiano Aliprandi sul “Dubbio” del 16 maggio, parlando della repressione degli Uiguri da parte della Cina e delle mancate sanzioni di Trump: sui diritti umani si può chiudere un occhio se la posta in gioco sono le trattative economiche o gli accordi commerciali. Che Xi Jinping venga ricevuto in Italia con tutti gli onori, che un dittatore sanguinario come Vladimir Putin sia legato a filo doppio con l’attuale governo, sono problemi su cui pochi vogliono ancora interrogarsi.
Eppure questa esaltazione così spregiudicata della “realpolitik”, questo trionfo dell’interesse immediato e del “qui e ora”, mettono a rischio le fibre più intime della nostra democrazia. Critichiamo le connivenze della Chiesa con il Fascismo, ci scandalizziamo per i buoni rapporti che le potenze democratiche – fino alla guerra d’Etiopia – intrattennero con Mussolini. E non ci accorgiamo che quel collaborazionismo che vituperiamo è anche il nostro: nel momento in cui chiudiamo gli occhi sulle repressioni dei dissidenti in Russia o in Cina, sui campi di concentramento in Siberia o nello Xinjiang, sull’omofobia e sulle persecuzioni dei cristiani.
Se dunque abbiamo ancora a cuore il significato autentico del nostro essere democratici, dovremmo abbracciare con convinzione la causa di Taiwan, escluso dall’Assemblea Mondiale della Sanità per compiacere un regime totalitario. Dovremmo farlo sia con concrete battaglie politiche – associandoci al meritorio lavoro svolto dal Gruppo Interparlamentare di Amicizia Italia-Taiwan – e sia con una martellante campagna mediatica. Mi rivolgo in particolare al Partito Socialista Italiano, a +Europa, al Partito Radicale Transnazionale: cioè a coloro che più di tutti mettono in primo piano i diritti umani. E poi ai giornalisti di solito più attenti su questi temi, da Piero Sansonetti a Damiano Aliprandi, da Valter Vecellio a Francesco De Leo. Taiwan ha bisogno di noi. Facciamoci sentire.
Giulio Laroni