Cultura

“Joker”, “Richard Jewell” e il senso dell’emarginazione

Sui meriti di “Joker” di Todd Phillips – vincitore di un Oscar per l’attore protagonista Joaquin Phoenix e uno per le musiche di Hildur Guðnadóttir – la critica si è sempre trovata divisa. Specie negli Stati Uniti, Paese con un triste primato per le stragi di massa, più di qualcuno ha visto nel film un ritratto quasi elogiativo dell’attentatore bianco, solitario, emarginato. Inutile dire che queste accuse sono prive di fondamento: se si toglie alla creazione artistica il suo lato oscuro e perturbante non resta altro che l’arte di regime, quella sì autoritaria e intrinsecamente violenta. Ciò non significa che “Joker” non ponga delle perplessità. Il suo vero nucleo reazionario agisce a uno strato più profondo, e investe in modo paradossalmente simile sia il film che i critici che lo accusano.
Ciò emerge nitidamente dopo aver visto “Richard Jewell”, l’ultimo film di Clint Eastwood rimasto escluso dagli Oscar (c’era solo una nomination per Kathy Bates). Tratto da una storia realmente accaduta, “Richard Jewell” costituisce per molti versi una sorta di “anti-Joker”, una sua ideale rilettura: affine nelle premesse, giunge però a conclusioni totalmente diverse. Il personaggio di Jewell (Paul Walter Hauser) può somigliare a Joker sotto molti aspetti. Anche lui è un escluso, socialmente isolato e frustrato. Come lui vive con la madre in un modesto appartamento; è povero e ha un lavoro saltuario. Entrambi hanno un aspetto che non li rende desiderabili e non hanno – pur volendolo – una compagna. Entrambi, infine, hanno un’innata propensione ad auto-boicottarsi, per un misto di narcisismo e bassa autostima.
Eppure la definizione che Phillips e Eastwood danno dell’emarginazione diverge sensibilmente. Per Joker l’esclusione sociale non è un mero prodotto delle condizioni materiali o di specifiche congiunture della vita, ma una vera e propria connotazione identitaria, cui non sono alieni aspetti deterministici o irrazionali: dal peccato originale dei maltrattamenti subìti alla sfortuna che sembra perseguitarlo. Phillips lo osserva come si osserva un animale in gabbia, si compiace nel mostrarne il destino allusivamente votato allo scacco, alla distruzione di sé e degli altri. Ci sembra quasi accettabile che la sua assistente sociale lo mortifichi, che il suo disturbo generi disprezzo, che persino il suo unico amore sia in realtà un sogno. Joker è insomma l’archetipo lombrosiano dell’uomo sbagliato, un perfetto perdente su cui riversare tutte le nostre inquietudini. Jewell è in qualche modo il suo rovesciamento dialettico. Tutto in lui fa pensare all’attentatore di massa: è bizzarro, mitomane, poco ferrato nelle norme sociali; poliziotto mancato, si è distinto per aver strattonato due ragazzi minorenni e per possedere – si scoprirà – un inquietante assortimento di armi. Ed è proprio per questo che l’FBI decide di indagarlo e l’“Atlanta Journal-Constitution” lo mette pubblicamente alla gogna: perché uno come lui non può non essere colpevole. Ma stavolta qualcosa si rompe in questa perfetta identificazione di corpo e anima, di esteriorità e interiorità: quello che tutti accusano per l’attentato del ‘96 al Centennial Park di Atlanta in realtà è innocente. Jewell vince la sua battaglia con l’aiuto di un piccolo ma affiatato gruppo di persone che crede in lui e rafforza la sua autostima, dall’avvocato libertario Bryant (Sam Rockwell) con la compagna Nadya (Nina Arianda), alla madre Bobi (Kathy Bates), all’amico Dave (Niko Nicotera). Essi rifiutano di guardare alle sue sfortune come a un correlato della sua identità, di ipostatizzare la sua emarginazione come se fosse parte di lui. Ed è anche grazie a loro che lui alla fine la supera, coronando il suo sogno di diventare poliziotto.
La differenza tra i due film sta dunque tutta qui. “Joker” è figlio dell’identity politics, di un pensiero che al conflitto di classe sostituisce quello tra identità contrapposte: sani e psicopatici, regolari ed emarginati, normali e diversi. “Richard Jewell” – con buona pace di chi lo definisce “trumpiano” – è invece figlio del pensiero dialettico, in cui l’apologia dell’esistente cede il posto alla negazione e alla problematicità. Laddove i balletti di Joker sono il trionfo del già noto, di un’estetica derivativa e ammiccante, lo stile sobrio e antiretorico di Eastwood si addentra nei complessi meandri del dubbio. Del resto Marx ce lo aveva detto in quella celeberrima undicesima tesi su Feuerbach, che il repubblicano Eastwood sembra aver capito meglio degli altri: i filosofi hanno solo interpretato diversamente il mondo. Ma si tratta di trasformarlo.

Giulio Laroni