Il Fondo

25 aprile ci ha sempre insegnato che siamo meglio di come ci dipinge la Propaganda

Il mio primo 25 aprile fu quello del 1960. C’era il governo Tambroni, ma a Milano il sindaco
socialdemocratico sfidò l’inerzia delle autorità centrali convocando una manifestazione istituzionale al Teatro Lirico (quello dell’ultimo discorso di Mussolini). L’associazione studentesca del mio liceo chiese che fosse presente una delegazione con la bandiera della scuola: ma in un primo momento la richiesta non ebbe risposta. Il fatto era che Il preside del mio liceo aveva avuto un figlio caduto coi repubblichini, mentre nell’atrio c’era una lapide che ricordava il figlio del custode, caduto coi partigiani: mai come in quel caso la memoria del 25 aprile era divisiva. Alla fine si raggiunse un compromesso: andammo al Lirico con la bandiera, ma scortati dal professore di ginnastica, che l’anno prima si era candidato al Comune nelle liste del Msi.
Da allora seguo con un certo scetticismo le manifestazioni per il 25 aprile. Quelle rituali, ovviamente: ma soprattutto quelle militanti. Il 25 aprile 1994, per esempio, non mi convinse il pur possente corteo che a Milano sfilava contro l’imminente varo di un governo in cui accanto a Berlusconi si sarebbe seduto l’onorevole Tatarella. E mi convinse ancor meno, qualche mese dopo, l’allusivo “resistere, resistere, resistere” con cui Borrelli voleva esorcizzare l’eterogenesi dei fini che si era verificata nel passaggio da Mani pulite alla seconda Repubblica.
La verità è che troppo spesso in Italia il bandierone dell’antifascismo è stato usato per coprire l’inconcludenza delle forze politiche democratiche: con la pressoché unica eccezione del luglio del 1960, quando le piazze piene di magliette a strisce (ma purtroppo anche insanguinate dai morti di Reggio Emilia) propiziarono l’avvento del primo centro-sinistra.
Ora si enfatizza molto la prossima scadenza: ufficialmente per chiamare la popolazione a “resistere” al virus, ufficiosamente per mobilitarla contro il truce Salvini e la passionaria Meloni. Il fine è buono, ma non giustifica i mezzi. Meglio sarebbe che i servizi televisivi non ricordassero ogni giorno di più i “film Luce” del ventennio, che i numerosi “dipiciemme” non espropriassero più il Parlamento, che gli effetti dei provvedimenti a sostegno dell’economia arrivassero in orario come i treni di una volta.
Oggi cantare Bella ciao serve a poco. Servirebbe di più – anche per ridurre al silenzio il truce e la passionaria – cogliere l’occasione per aprire una prospettiva politica nuova ad una società che in questi mesi ha dimostrato di essere molto migliore di come la dipingeva la propaganda.
Luigi Covatta