La pandemia è un’emergenza nazionale, ma ogni Regione stabilisce di seguire un protocollo autonomo per curare i propri pazienti: al Governo il compito di giocare con i colori come al tempo di Emilio Fede, quando alle elezioni regionali del 2000 si esaltava nel presentarle, soddisfatto, dipinte di azzurro, perché azzurro era il colore di Forza Italia.
Francamente trovo singolare che in Liguria, per esempio, si decida di usare un certo farmaco, o mix di farmaci, per salvare la vita delle persone, mentre in Puglia, magari, per paradosso, si applica una terapia diversa.
L’utilizzo del plasma iperimmune è emblematico del mio ragionamento: perché in Veneto ed in Lombardia viene utilizzato e in Emilia Romagna no? Certo, ci sono nobili convinzioni scientifiche e tutte mirano ad offrire la cura migliore, ma così andiamo in confusione.
Le Sanità regionali sono libere di comperare le proprie siringhe dove vogliono, al prezzo che ritengono più vantaggioso, per carità, tanto, al limite, spendono solo i soldi dei cittadini, ma il valore della vita non può e non deve essere regionale, ma assolutamente nazionale: specialmente se il nemico è, come in questo caso, il COVID-19.
Lo dico in quanto c’è una richiesta spasmodica di plasma iperimmune che quasi si presta ad essere applicato al di fuori dei contesti ospedalieri pubblici. Quasi, ho detto, perché la riflessione è solo psicologica. Sono molti, però, pare, i congiunti dei pazienti contagiati da Covid, e ricoverati in Emilia Romagna, che chiedono affannosamente sacche di plasma agli operatori sanitari veneti o lombardi.
Mi chiedo perché, oltre a colorare le Regioni, il Parlamento non approvi immediatamente una legge che assegni allo Stato un unico protocollo nazionale durante questa pandemia! Cosa vieta, accidenti, una cosa tanto semplice che farebbe veramente sentire i cittadini tutti uguali! No, troppo facile per noi italioti: amiamo complicarci la vita al punto che qualcuno potrebbe pensare che le cose semplici non lasciano spazio agli ’intrighi di palazzo’. Ci rendiamo conto che la ragione principale della poco edificante baraonda creata tra epidemiologi e epidemiologi, virologi e virologi, primari di terapie intensive e primari di terapie intensive, è dipesa in gran parte dalle molteplici sanità regionali che hanno tutte, scelleratamente, poteri decisionali propri.
Con un protocollo unico nazionale i medici-attori coinvolti dall’informazione si sarebbero evitati brutte figure e, conseguentemente, le tifoserie degli uni e degli altri, nemmeno fossero tutti Maradona, non si sarebbero esaltate per il virologo ritenuto più affidabile. Mi chiedo, noi cittadini che ascoltiamo la televisione, mentre ingurgitiamo birra e popcorn, quali strumenti abbiamo per intervenire anche solo sui Social, se non la simpatia per l’epidemiologo del giorno, oppure, semplicemente, le nostre rispettive cretinerie!