Davvero una bella sorpresa il nuovo pamphlet di Alfio Squillaci, “Chiudiamo le scuole di scrittura creativa!” (Gog). Pubblicato da una casa editrice notoriamente reazionaria, il saggio si tiene però lontano dalla politica e si sofferma sul groviglio di contraddizioni all’interno del quale si dipana il concetto di creative writing. Non è semplicemente un attacco alle scuole di scrittura e ai loro rigidi metodi di insegnamento, ma soprattutto l’analisi di una tendenza generale, di una precisa linea di pensiero a cui il mondo delle arti si sta gradualmente indirizzando. È scontato affermare che non tutte queste scuole si equivalgono, che alcune sono preziose, che non tutte, per fortuna, si arrendono al magistero di Baricco. L’autore vuole andare oltre: si chiede da un lato quali siano gli effetti di certi modelli didattici sulla narrativa contemporanea e dall’altro in cosa consista la crisi estetica di cui queste scuole sono il sintomo. L’esito delle sua indagine, di taglio marcatamente modernista, apre prospettive interessanti, si ricollega a un dibattito antico ma profondamente attuale sui rapporti tra tecnica e arte, tra arte e industria, tra arte e sistemi di potere.
Negli ultimi decenni del Novecento si è affermata gradualmente una forte corrente antiutopica. L’uscita di scena del marxismo libertario, la conseguente ostilità per il pensiero dialettico, l’avanzata del neoliberismo hanno determinato un deciso mutamento di paradigma: dalla negazione della realtà esistente alla sua acritica celebrazione. Dietro l’apparente vocazione molteplice del postmoderno si faceva strada in realtà un curioso ritorno del positivismo, inteso nel suo duplice senso di apologia del fattuale e involontario trionfo dell’irrazionalismo. Questa ossessione per l’utilità e la calcolabilità si è espressa in molti campi: la critica si è definitivamente arresa a una vocazione notarile, all’accumulo di materiali, alla filologia fine a se stessa; i cultural studies hanno trasformato l’utopia in pedagogia borghese; il giornalismo d’opinione ha ceduto il posto a un cronachismo falsamente imparziale. Anche il concetto stesso di arte si è inscritto sempre più nitidamente all’interno di categorie utilitarie, sino al punto di abbandonare ogni possibile resistenza all’incarnazione più compiuta di questo utilitarismo: l’industria culturale. Il residuo rapporto che sussisteva fra qualità estetica e successo commerciale si è andato assottigliando sempre di più, arrivando a un’inversione definitiva del legame di causalità che li univa. Il processo di americanizzazione della cultura europea, parallelo e interdipendente all’abbandono dello spirito dell’utopia, è giunto presto alla sua piena maturazione.
È all’interno di queste coordinate che si muovono le scuole di scrittura alla Baricco e la manualistica ad esse collegata: per loro la creazione artistica è il risultato di un calcolo preordinato, di un approccio cristallizzato, dell’adesione ad uno schema meramente fattuale. Esse si servono spesso dei lavori dei formalisti russi e degli strutturalisti – ma anche dei tanti trattatisti che si sono succeduti dalla Poetica di Aristotele ad oggi – e li rileggono in chiave di cattiva precettistica, di divulgazione kitsch. In questo senso l’autore annota giustamente che “nella narrazione creativa, ogni precettistica arretra rispetto all’urgenza e alla necessità della creazione che nel momento in cui crea, crea anche le sue forme espressive” poiché “è la creazione poetica, nella narrazione, che fa le regole, e non le riceve”. Così ai pedanti propugnatori dell’ “arco di trasformazione del personaggio” si potrebbe replicare con il cinema anti-psicologico di Robert Bresson; a chi grida “show, don’t tell!” si potrebbe contrapporre qualche film di Ingmar Bergman; ai lettori di Linda Seger si potrebbe rispondere con Controamerica di Dwight Macdonald. Forse il maggiore pericolo della narratologia a buon mercato è che nega all’arte la sua vocazione più rivoluzionaria: l’impulso all’esplorazione dell’ignoto. La glossa di Adorno a Wittgenstein, quando affermava, contraddicendo il Tractatus, che la filosofia ha il dovere di occuparsi di ciò di cui non si può parlare, può valere certamente anche per le arti. Un’arte che voglia davvero addentrarsi in territori inesplorati non sempre trae giovamento da una mappa topografica, da una linea direzionale. Specialmente nella scrittura, che a differenza del cinema o della pittura è un linguaggio che pratichiamo attivamente, l’esplicitazione di verità positive da trasmettere in forma didattica finisce spesso per tarpare le ali all’espressione. Senza contare che queste scuole vivono costantemente su un equivoco non risolto: insegnare un’arte pura, insegnare un’arte ibridata con l’industria o insegnare un’arte puramente commerciale. Quel misto di snobismo e di arroganza che vediamo talvolta nei loro docenti dovrebbe indurre una certa compassione per gli allievi, che dopo aver pagato cifre molto ingenti si accorgono presto di una verità sconfortante: le dinamiche del mondo editoriale dipendono assai di più dalla promozione personale che non dalle ragioni dell’estetica.
La scarsa utilità delle scuole di scrittura non significa, naturalmente, che la creazione artistica sia un’improvvisazione sic et simpliciter. Quante volte abbiamo avuto l’impressione che certi artisti o certi studiosi rifiutassero di confidarci le regole non perché non le conoscevano, ma perché le consideravano una sorta di formula da conservare gelosamente; e quante volte, per reazione, ci siamo rivolti ad Aristotele alla ricerca di un conforto! Questa opposizione apparentemente insolubile – da una parte la normatività, dall’altra l’improvvisazione – può trovare un fertile superamento con i mezzi della dialettica, che il pamphlet non chiama in causa espressamente ma che al contempo non rifiuta. Un pensiero che si proponga di cercare la verità rimbalzando tra polarità opposte, senza accontentarsi di un punto intermedio ma piuttosto facendole interagire contraddittoriamente, può cogliere il momento di verità sia della normatività che della pura espressione. È in fondo la stessa dialettica tra psicologia cognitiva e psicoanalisi, o quella, sottolineata da Squillaci, tra intreccio forte o di “risoluzione” e intreccio debole o di “rivelazione”. Il momento normativo è del resto impossibile da eludere. L’arte senza la tecnica non si pone contro il sistema ma ne diviene involontariamente vittima: ecco perché nemmeno la più rivoluzionaria delle avanguardie può farne a meno. La tradizione ebraica o quella alchemica ci invitano poi a non ignorare nel lavoro del critico l’atteggiamento metafisico, quello della scoperta e della decodificazione: l’analisi di un’opera dopo tutto è anche una ricerca di segreti nascosti, di enigmi da risolvere. Allo stesso modo le vite degli artisti hanno spesso una fase di iniziazione – individuale o collettiva – e un percorso di scoperta di regole fondamentali. Eppure lo stesso apprendista di bottega non si limita a imparare dal maestro una semplice raccolta di segreti del mestiere; il grado più alto del suo apprendistato lo porta a mediare i diversi accorgimenti e i diversi metodi, meglio ancora se da diversi maestri, in una superiore visione del mondo. Così Antonio Canova invitava a imparare lo stile delle statue greche non per copiarlo ma per “mandarselo in sangue”. L’autore sottolinea a questo proposito che imparare da uno scrittore non significa copiarne la maniera, poiché “si improvvisa su uno strato di letture che abbiamo obliato nella loro interezza, ma che sono rimaste come fosfeni nei nostri occhi e cervello. Sono dei residui, delle tracce mnestiche, ma che al momento in cui ci poniamo a scrivere funzioneranno da guida al nostro improvvisare. È il magistero dei grandi maestri: «Sforzarsi di pensare come loro e poi staccarsene per sempre» scriveva Flaubert”.
In una storia di Topolino, Archimede Pitagorico inventava una macchina in grado di trasferire nel cervello di Qui, Quo e Qua il contenuto dei loro libri di scuola. Era sufficiente inserire i libri in un grande cesto e, attraverso dei cavi collegati alla loro nuca, il testo si sarebbe depositato nella loro memoria. La nascita di un percorso autonomo, sia nell’intellettuale che nell’artista, somiglia forse a una mediazione delle letture assimilate, filtrate e rimodellate da una visione soggettiva. Giustamente Squillaci cita Flaubert quando parla di una “combinazione dell’inneità e dell’educazione”. Le scuole di scrittura sono tipicamente diffidenti verso l’elemento innato e ovviamente verso il concetto di genio artistico. La loro naturale inclinazione positivista, unita ad una concezione solo esteriormente egualitaria, le inducono sovente a scotomizzare il momento della soggettività. Eppure è la stessa psicologia a insegnarci che l’innato e l’acquisito sono in continua e incessante interazione. L’atto creativo, quando si sottrae al manierismo o all’accademismo, non può non collocarsi in una regione della coscienza in cui la tecnica si muove al servizio dell’intuizione, non può non avvenire attraverso un processo preconscio. Quando l’applicazione della tecnica si sposta ad un livello pienamente consapevole finisce per ricorrere inevitabilmente a schemi più rigidi e a formule più dogmatiche.
L’autore si sofferma molto sulla differenza tra intreccio di “rivelazione”, cardine della narrativa novecentesca, e intreccio di “risoluzione”, rimproverando giustamente alle scuole di scrittura di universalizzare in modo arbitrario quest’ultimo modello. Forse queste due polarità possono esprimersi in modo meno strettamente dicotomico, più mediato: gli scambi, gli slittamenti, i prestiti fra queste due opposte tendenze hanno dato vita a risultati particolarmente affascinanti (Hammett è davvero solo “intreccio di risoluzione”? Bradbury dove si colloca?). La differenza fra arte alta e arte a servizio del sistema non si dà, a mio avviso, sulla base dell’appartenenza al primo o al secondo modello, ma piuttosto in base a un giudizio di valore sullo specifico dell’opera. A volte lo scadimento di un romanzo nel midcult potrebbe nascere non dall’adeguamento consapevole ad un paradigma commerciale ma dall’adesione aprioristica ad un paradigma “autoriale”, intenzionalmente “colto”. Ma su questo, come sugli altri temi, il dibattito è aperto.
Giulio Laroni
Alfio Squillaci, Chiudiamo le scuole di scrittura creativa!, Gog edizioni, pagg. 118, euro 12