La crisi di governo che ha posto fine al “Conte Bis” si avvia verso la conclusione. Il presidente Mattarella ha gestito la crisi, per molti versi inspiegabile, con equilibrio, efficacia e pieno rispetto delle proprie prerogative costituzionali ed ha incaricato il Prof. Mario Draghi di formare un nuovo governo di salvezza nazionale privo di un perimetro politico, “di emergenza” come si diceva un tempo. La discesa in campo dell’ex presidente della Banca Centrale Europea ha provocato già diversi scossoni nel mondo politico, tra i quali il più spettacolare è senz’altro la riconversione europeista di Salvini.
Draghi ha certamente un profilo di altissimo livello, che potrà essere di grande utilità al Paese in questo momento particolare per la nostra democrazia. Tutta la vicenda di queste settimane evidenzia però l’ennesimo fallimento del sistema politico italiano, che viene ancora una volta commissariato attraverso il ricorso a una figura tecnica, per quanto autorevole, in veste di demiurgo. Questo non avviene in nessuna delle democrazie occidentali avanzate, nelle quali è ben chiaro che le capacità, le qualità e le esperienze richieste alla leadership politica sono ben diverse dalle competenze tecniche specifiche.
Non a caso Angela Merkel, indubbiamente la più autorevole statista europea di questo scorcio di secolo, è ricercatrice chimica. E Barack Obama un avvocato e docente universitario di diritto. Né si ritrovano, in giro per il mondo, esempi significativi di governatori di banche centrali ascesi alla guida dei rispettivi Paesi, come divenuto abitudine qui da noi. E anche le varie esperienze di “Grosse Koalition”, spesso necessarie per superare fasi di paralisi politica, si sono realizzate altrove sempre attraverso mediazioni alte tra i Partiti, anche se divisi da ostilità storicamente consolidate, e non attraverso ricorso a figure esterne, per quanto prestigiose.
Da noi però il bisogno di “uomini della Provvidenza” è inveterato. Il Paese non sembra in grado di sostenere un processo democratico maturo e oscilla tra il ribellismo del “vaffa” generalizzato e l’aspirazione “all’uomo solo al comando”, che sono in realtà due facce della stessa medaglia: la negazione della democrazia liberale rappresentativa.
Ovviamente c’è da augurarsi, per il bene del Paese, che questa fase di supplenza tecnica non ripeta l’andamento di quelle che l’hanno preceduta. Il governo del Prof. Mario Monti fu accolto con esaltazione del sistema politico-mediatico, l’agenda Monti venne assunta quale regola di vita, per essere poi rinnegata qualche mese dopo. I governi tecnici deresponsabilizzano le forze politiche, liberandole per qualche tempo dai doveri, che ad esse spettano in democrazia, delle scelte, delle decisioni, e anche degli scontri di idee e di proposte.
Ma queste fasi non possono durare molto se non si vuole dare luogo ad una sorta di “dispotismo illuminato”. Solo chi ha una concezione elitaria della politica e della democrazia può augurarsi il governo dei migliori. La democrazia non è il governo dei migliori, ma il governo che una società esprime attraverso il suo sistema politico. Insomma è rappresentanza, e la democrazia senza rappresentanza ha fondamenta deboli.
E dunque la politica, le classi dirigenti e tutta la società civile devono usare bene questo periodo, oltre che per gestire al meglio insieme al presidente Draghi le emergenze del Paese, anche per ricostruire le condizioni di un governo democratico e rappresentativo.
Per noi socialisti si tratta innanzi tutto di ricostruire una coalizione di centrosinistra equilibrata, convincente e vincente. Partendo certo da quanto di buono si è fatto nell’ambito del governo Conte bis, che abbiamo fatto benissimo a sostenere fino all’ultimo e che avremmo sostenuto ancora se avesse trovato i numeri in Parlamento. Ma sapendo che non basta. Che vanno superati alcuni toni e alcune scelte, legati ad una impostazione giustizialista che le ultime rivelazioni provenienti dal mondo della Magistratura hanno definitivamente seppellito. Che va abbandonata la costante opera di delegittimazione della politica. E che va ritrovata la capacità di progettare, innovare, riformare.
Insomma di costruire una società nuova. Per fare questo bisogna recuperare le energie migliori, giovani e vitali, che sono presenti nella società, come seppe fare il centrosinistra riformatore degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Non a caso gli anni migliori per il nostro Paese dal secondo dopoguerra. Questa è la sfida per i prossimi mesi. I socialisti, e tutta la sinistra italiana dovranno esserne all’altezza.
Luigi Iorio
Coordinatore della Segreteria Nazionale Psi