Cartabia(nca) è un modo di dire usato per sottolineare la libertà di movimento nell’affrontare un’impresa o un progetto.
Purtroppo non si può affermare che lo spazio lasciato al tecnico di turno al Ministero della (In)Giustizia, che pure aveva a cuore – ipse dixit – la situazione dei praticanti avvocato, abbia giovato alla futura classe forense.
Il neo Ministro
La Cartabia si è dimostrata parte attiva di un consolidato sistema vessatorio realizzato dalla casta forense in combutta con il sistema delle scuole di formazione e non ultimo delle case editrici nazionali.
Ad aggravare la situazione ha contribuito un Parlamento inattivo e privo di concrete iniziative politiche su l’annoso argomento dell’esame di abilitazione forense, prono alla becera partitocrazia ed ai potentati soci-economici che soffocano il Paese, avvilendo i giovani e ritardandone l’accesso al mondo del lavoro.
La non riforma
Grazie alla “non riforma” si è derogato ad un penoso esame di stato, realizzando una pessima alternativa. La stessa, già al primo step telematico, aveva lasciato a casa oltre 4000 candidati a causa di un problema tecnico del sistema di registrazione ministeriale. Oggi, a pochi giorni dall’inizio della sessione orale, le corti di Appello sembrano aver tutto sotto controllo, anche in assenza di linee guida chiare, concrete ed applicabili, in maniera omogenea ed uniforme, alle oltre 26.000 individualità che parteciperanno a questa speciale sessione di abilitazione.
Nuove problematiche
Si temono nuove problematiche che potevano essere evitate utilizzando il buon senso, qualità poco nota dalla realtà istituzionale in oggetto.
Già oggi le prime criticità sono legate all’operatività del decreto 31 del 2021, recante misure urgenti in materia di svolgimento dell’esame di Stato per l’abilitazione all’esercizio della professione di avvocato durante l’emergenza epidemiologica da Covid 19, poiché i criteri di valutazione sono gli stessi delle tre prove scritte previsti dalla legge 247 del 2012 e non certo adeguati alla nuova modalità di svolgimento d’esame.
Dunque è remota l’idea di una valutazione concreta ed omogenea.
Dissennatezza
A conferma della dissennatezza istituzionale basta sottolineare il fatto che in Italia si diventa medici, farmacisti, psicologi, veterinari ed odontoiatri solamente arrivando alla laurea. Per fare l’avvocato, oltre al “pezzo di carta”, sono necessari 18 mesi di tirocinio, una scuola di formazione ed un esame di abilitazione tutt’altro che meritocratico.
Il mondo delle Associazioni
Fondamentale è stato il ruolo delle associazioni dei praticanti le quali hanno raggiunto un obiettivo impensabile fino a pochi anni addietro, ossia l’auto-coscienza del mondo pre-forense. Associazioni come AIPAVV, tra le prime a mettere in campo la revisione dell’esame forense, a chiedere la centralizzazione dei quesiti per non lasciare nessuna discrezionalità in capo alle commissioni o, ancora, un solo orale abilitante, hanno dato speranza a giovani e meno giovani ingabbiati in un circolo vizioso, spesso clientelare ed improntato al familismo amorale. Purtroppo la rivolta, rimanendo tale, non ha avuto sbocchi concreti ed è stata facilmente soggiogata. Oggi, infatti, è tristemente noto come la deroga Cartabia si sia dimostrata uno specchio per le allodole, necessario a smorzare i toni della polemica costruttiva che i giovani praticanti avevano alimentato sui social e innanzi le Corti d’Appello d’Italia. Nonostante tutto, però, ciò conferma la bontà della “pericolosità sociale” raggiunta dai giovani aspiranti avvocati.
Nuovi Orizzonti
Questa sconfitta, ormai alle battute finali, apre nuovi orizzonti di confronto politico necessari a rompere il circolo vizioso che le scuole di formazione, spesso partecipate da illustri professori – avvocati, magistrati e professori universitari -, hanno alimentato. Se queste ultime hanno il monopolio della formazione post-laurea, che rende la stessa inutile, diventa prioritario ripensare il percorso universitario in Giurisprudenza.