Dedico questa nota a Gianni de Michelis. Era uno che sapeva guardare lontano. E che fu il primo, agli inizi degli anni novanta, a capire cosa stava succedendo in Europa. E cosa significassero le scelte fatte dalla Germania in quegli anni. E il solo, negli anni successivi, a metterci in guardia dagli effetti negativi legati all’affermarsi del “modello baltico”, allora intorno alla Germania, poi sostituita dagli Stati uniti.
Oggi, possiamo dargli una buona notizia. Riprendiamo questo tema è soprattutto per dargli una buona notizia. Che non consiste solo nel riconoscimento che le sue critiche erano più che fondate; ma anche nel fatto che il “sistema baltico”, nato per una serie di circostanze impreviste, sta oggi cadendo a pezzi.
Imprevista, la caduta del muro di Berlino, frutto di una risposta “sul tamburo” alla domanda di un giornalista. Prevedibile, ma non scontata, la decisione di Kohl di unificare le due Germanie con un processo di annessione umiliante per gli Ossis quanto costosissimo per i Wessis.
Prevedibile che la Germania pagasse la sua scommessa con un incipiente collasso economico/finanziario.
Scontato, poi, che l’annessione, unita all’intervento a gamba tesa nelle vicende jugoslave, accendesse l’allarme rosso non solo a Parigi ma anche a Londra e Washington.
Passi l‘annessione unilaterale. Ma che si arrivasse, magari d’intesa con Mosca, al risorgere dell’egemonia economica e anche politica della Germania nell’Europa centrale e orientale, questo non poteva essere tollerato. Ci avevano provato Bismarck (con buone intenzioni) e poi Hitler (con intenzioni che più pessime non si poteva) e la cosa era passata in conto profitti e perdite; ma che ci provasse anche Kohl, questo poi no.
Di qui la “proposta che i tedeschi non potevano rifiutare”: “ a voi la gestione/controllo dell’Europa di Maastricht ; a noi di decidere, in ultima istanza, sulla sua politica internazionale e di sicurezza”.
Era la nascita, in termini economici dell’Europa tedesca e, al tempo stesso, la localizzazione dei suoi orizzonti e dei suoi alleati nell’area del Baltico e dei paesi rivieraschi. Una scelta e una localizzazione (appunto, L’”Europa baltica”) che, come prevedeva il nostro Gianni, avrebbe avuto come prima conseguenza il marginalizzare l’area mediterranea, i suoi problemi, così come quelli dei paesi che ne facevano parte.
Come dimostrato, al di là di ogni ragionevole dubbio, dalla vicenda greca come anche dalle spade di Damocle sospese sopra la nostra testa negli anni successivi.
Tutto questo avveniva, però, nel quadro di un processo involutivo che investiva tutta la costruzione europea. E che era arrivato, negli anni della presidenza Trump ad una situazione di assoluta e insostenibile paralisi. E di cui i soli beneficiari erano, ancora, i paesi baltici; ma come protagonisti di una nuova alleanza che andava dal Baltico al mar Nero e che, questa volta, non comprendeva la Germania.
Questa alleanza aveva la forma di una T. Il cui lato lungo andava da Washington e Varsavia (in attesa di arrivare a Kiev). E il cui lato corto, dal golfo di Finlandia al mar Nero. Una T la cui struttura interna (stavamo per scrivere “anima”) era costituita dalla Nato. E il cui “stato guida” erano gli Usa. Una combinazione che, da Obama a Trump, ha recato danni incalcolabili.
Vediamo, ora, come e perché. A partire dal fatto che da questa alleanza non è scaturito alcun progetto europeo minimamente condivisibile; ma piuttosto un altolà preventivo nei confronti di qualsiasi ipotesi di mutazione in positivo del sistema. Che sul piano economico significa avvalersi, come minoranza di blocco, del diritto di veto, così da rallentare i tempi e limitare gli obbiettivi del passaggio dal sistema di Maastricht ad un “new deal”in grado di affrontare le sfide che ci attendono. Mentre, nella sua dimensione politico/militare ha delegato i compiti che spetterebbero all’Europa ad un trio – Usa, Nato, Polonia e affini – caratterizzato da una visione del mondo e dalla difesa di interessi specifici non necessariamente (per usare un eufemismo) corrispondenti con i nostri sino a diventare, nel tempo, contrapposti.
Una situazione di minorità che l’Europa ha subito passivamente. E con effetti, anche culturali e morali, assolutamente disastrosi.
Così, a sua eterna vergogna, il Parlamento europeo ha votato un documento in cui non c’è stata nessuna guerra mondiale, con i suoi vinti e i suoi vincitori; ma un conflitto scatenato da russi e tedeschi contro la Polonia all’indomani dell’accordo Molotov/Ribbentrop e conclusosi con la sue ennesima spartizione; a riprova del fatto che nazismo e comunismo sono la stessa cosa.
Così, in linea più generale, un’Europa che aveva visto nella caduta del muro l’occasione per dispiegare finalmente le sue potenziali doti di “soft power”, senza limiti e in tutte le direzione è diventata oggi un luogo chiuso e pieno di paure le cui frequentazioni sono strettamente controllate e subordinate all’ok del nostro sorvegliante. E un soggetto le cui “minoranza di blocco” alimentano l’immobilismo; e proprio in un quadro mondiale che, in tutte le sue possibili dimensioni spinge verso il cambiamento; sia nelle scelte di politica economica che nei rapporti internazionali.
Queste imposizioni e questi veti, li abbiamo subiti passivamente. Fino al punto di trasformare la nostra subalternità in una specie di seconda natura. Ciò che ci ha poi resi irrilevanti agli occhi del mondo esterno. Un cerchio magico che ci paralizza; sino a limitare la stessa volontà di uscirne.
A spingerci in questa direzione c’è però il fatto che l’egemonia dell’America baltico polacca va contro ai nostri più elementari interessi; economici, ma non solo. E quando diciamo nostri parliamo della Germania; ma anche della Spagna della Francia e dell’Italia. I paesi che si sono trovati a sostenere Berlino nelle sua proposta di avviare dei colloqui con Mosca sui problemi dell’Artico.
Secondo i nostri giornali, la proposta sarebbe stata respinta. In realtà, è stata bloccata da un veto. Un veto, però, che riguarda l’Ue; ma non i suoi stati membri. E che non ha impedito al presidente della repubblica Steinmeier di “chiedere scusa” ai russi per le atrocità commesse dai tedeschi nei loro confronti e di salutare il loro contributo alla vittoria. O al candidato alla cancelleria di affermare che dialogare con Mosca è nell’interesse nazionale. O, infine, al governo di completare, senza temere nuove sanzioni, il famoso, e famigerato, North stream.
Non è una svolta. Ma piuttosto la presa d’atto che né l’America né l’Europa possono permettersi troppi nemici. Fu in base a questo principio che Nixon andò a Pechino e ai tempi della Rivoluzione culturale e, allora, perché non a Mosca?
Alberto Benzoni