Opinioni e commenti

Spazi virtuali dell’educare

Non sarà facile uscire dalla pandemia, ma quando ne usciremo, ci troveremo modificati. La segregazione potrà aver stimolato la piccola saggezza del buonsenso, attenuando le modeste pretese di onnipotenza con cui gli esseri umani si consolano della loro fragilità. Tuttavia il virus ha trovato molti così disanimati da renderli o rabbiosi o depressi e la “cura” sarà socialmente assai costosa, tanto più che, dopo gli anni di un relativo benessere di cui non ci si era nemmeno accorti, la politica dovrà assumersi la responsabilità di un’economia disuguale e prevenire le conseguenze sui ceti sociali svantaggiati sperimentando trasgressioni controllate dall’economia tradizionale. Nonostante le difficoltà, si dovranno avviare le riforme di struttura necessarie: ai primi posti la scuola e la sanità.
Se in Italia non fossero stati tenuti bassi gli investimenti per la scuola – ultima in Europa: solo l’8,1 % in rapporto alla spesa pubblica totale – i problemi gestionali all’arrivo della pandemia sarebbero stati meno pesanti: ora questo nostro paese deve recuperare, partendo in primo luogo da istruzione, formazione e ricerca, e non perché “ce lo chiede l’Europa”. L’emergenza educativa – espressione usata dal papa per chiedere un “patto di educazione globale” (destinato a non essere adottato, ma storicamente non utopistico) – non si può limitare a rimediare i danni del covid, di cui la Dad “sembra” una conseguenza.
Le nuove tecnologie hanno invaso la scuola “dal basso” con l’arrivo dei nati digitali, i primi dei quali ormai sono al liceo. Gli insegnanti si sono dovuti attrezzare da soli, in difficoltà – come i genitori e i nonni – davanti alla capacità d’uso del tablet anche dei bimbi più piccoli. Senza obbligo formativo, senza generale aggiornamento individuale, la professionalità ne ha risentito; intanto la didattica si veniva modificando per sempre. Perché ci si lamenta per la Dad, ma è destinata a restare, speriamo bene impiegata. Si stanno infatti modificando le professionalità e l’impiegato degli uffici rischia di diventare un lavoratore controllato sempre disponibile senza orario, se il sindacato non corre ai ripari imponendo norme di salvaguardia. Nemmeno gli streaming spariranno: tutti capiscono la comodità di partecipare a una conferenza o a un consiglio di amministrazione senza dover prendere un treno.
Il “lavoro” docente teoricamente non è compensato per le ore di cattedra contrattuali previste dall’orario scolastico o per ferie prolungate oltre il mese regolamentare. Ovviamente, oltre al tempo di aggiornamenti, preparazioni, correzioni, pratiche burocratiche, se per cause eccezionali (come il dover rimediare ai mesi di scuola perduti per la pandemia), il maestro/funzionario dello Stato rinuncerà a qualche privilegio. Mentre la Dad potrà in futuro integrare la relazione individuale – sempre trascurata – con scolari che manifestano scarso rendimento o denunciano crisi psicologiche con incontri pomeridiani di affettuoso accertamento prima di consigliare le famiglie di rassegnarsi a lezioni supplementari o all’accertamento dello psicologo scolastico.

La galassia Gutemberg aveva insegnato a mettere al centro la comunicazione: i bigliettini che mandavamo al compagno dell’altra fila per un aiuto al compito, oggi è diventato il messaggino su facebook che, se sfugge meglio al prof, non dà più garanzia di autenticità a nessun elaborato e rende idiota il sequestro del cellulare. I “telefonini” sono stati giustamente maledetti, ma hanno dato grandissime potenzialità: uno smartphone ha in pancia l’universo di internet, cioè il massimo di quel nozionismo contro cui si lottava dopo il vecchio Sessantotto. Oggi ci rendiamo conto che la buona scuola di una volta finiva per escludere l’epistemologia dalla matematica, la filosofia dalla storia e la lettura in classe degli autori negata per la necessità di memorizzare dati di vita e opere. Lo strumento dispone di tutto il materiale informativo e i ragazzi possono scegliere le nozioni necessarie e impararle come compito individuale, mentre in classe si pratica un po’ più il brain storming per preparare piccoli e grandi a pensare in autonomia con capacità argomentative, da cittadini capaci di pensare con la propria testa. Alle elementari il lavoro didattico è molto più impegnativo perché pc, tablet e smartphone sono “assistenti” per il maestro, a cui spetta insegnare a leggere, scrivere, far di conto, inglese, possibilmente educazione musicale, ma anche educazione informatica, a partire dall’uso corretto di quel cellulare che è smart se è smart l’utente. Detto questo perché dobbiamo predisporci al futuro, usiamo la lezione a remoto, ma è un disastro, come lo è stato lo “smartphone ineducato”, che ha indotto abitudini alla serialità, alla velocità e allo spreco del tempo, mortificando le relazioni affettive. E’ a scuola che si impara ad nutrirsi di fantasia, creatività, stupore, stimoli ragionativi, a sentire che ciascuno è autore della propria crescita: la comunicazione a distanza non è scuola.
Il rapporto è “relazione” non meccanica e ha bisogno del corpo: come per l’amore, gli affetti, la spiritualità e perfino gli interessi. Se viviamo nella complessità, insegnare e imparare sono diventati più complessi, ma i giovani, anche bambini sono una nuova generazione, bella, e meritano di non essere danneggiati oltre misura da questa inattesa pandemia: sui problemi ambientali sono informati e pronti ad andare a ripulire le sponde dei fiumi o a denunciare le discariche. Sono normali, hanno bisogno dei compagni, in carne ed ossa, non come gli “amici” di facebook. Vederli comparire, loro e l’insegnante sul del desk non è la stessa cosa che cercare di nascondersi mentre si passa un messaggio al compagno. Tuttavia bambini e adolescenti sono particolarmente vulnerabili e risentono gli effetti dell’atmosfera malata di paure, di segregazione e di effettivo pericolo di contagio. Negli adolescenti in particolare si sono palesati disturbi comportamentali e psicologici: deficit di attenzione, instabilità, narcisismo, disprezzo per la routine stressante. Non mancano le reazioni inconsulte di rabbia o le non meno pericolose depressioni. I piccoli sembrerebbe meno colpiti, ma dipendono dalle condizioni famigliari: possono provenire da un appartamento di ottanta mq con un fratellino che gli contende il pc, senza smartphone preso dal babbo lavoratore, mentre la mamma lavora in smart working e non ce la fa a reggere gli scatenamenti dei figli. Troppo disagio e sofferenza dei minori nelle famiglie – oltre alle purtroppo ben note violenze – resta occultato: le condizioni sociali contribuiscono moltissimo a creare condizioni non sempre spiegabili: allarmano anoressie e bulimie e fenomeni di autolesionismo e perfino tentativi suicidi, più numerosi in questo periodo, ma sempre più presenti tra i giovani e sottostimati. Sono questioni che debbono trovare efficace risposta sociale. In questa fase di azzeramento delle certezze – anche del virus mutante non sappiamo quasi nulla – è un tempo opportuno per capire di più dei condizionamenti che scolari e studenti, dalla scuola dell’obbligo ai licei, all’università, hanno subito. Non si sa ancora quanti si siano collegati proficuamente alla rete per fruire delle lezioni a distanza. Anche se le cifre non sono verificate, qualcuno è privo di pc o tablet personale anche se le istituzioni hanno provveduto a fornirne in gratuità: diversa è la situazione che distingue Nord e Sud, nativi e stranieri, i casi di disabilità e non lascia sempre emergere le vere povertà. Né si tiene conto della debolezza della rete italiana che penalizza zone di difficile collegamento. La solo cosa chiara è che Dad non fa bene alla salute, comprime la libertà mentale e occulta i problemi dell’inclusione, senza eliminare il pericolo di ridurre la comunicazione al monologo e di mantenere il vizio dell’autoritarismo anche “a distanza”. Ma può far rabbrividire se, continuando così, l’idea di trovare un giorno un robot, smart e di bell’aspetto in cattedra.
Pedagogicamente non è particolarmente utile prodursi in esami di coscienza per errori e ritardi che ci hanno condizionati: l’Italia ha nei giovani che adesso frequentano le scuole l’asse portante del proprio futuro. Purtroppo bambini, adolescenti e universitari già adulti sono penalizzati dalle necessità di superare il pericoli del covid19: per questo dobbiamo tutti investire sul futuro con l’istruzione, con la consapevolezza di aver perduto quasi due anni di apprendimento regolare, lascito pesante quando dovranno essere promossi all’ordine superiore o entrare nel processo produttivo. Sono il patrimonio (un po’ ipotecato) della Next Generation Eu.

 

Giancarla Codrignani