Cultura

Scrivere mi aiuta a ‘resistere’ al mal di vivere

In questo particolare momento imputiamo le nostre idee di fallimento alla pandemia, francamente non sono sicuro sia così; nel mio caso, per esempio, credo che il mostro a più teste del mal di vivere fosse latente da tempo, o comunque da prima dell’avvento del Covid. In queste cose non c’è un inizio preciso, altrettanto penso che non ci possa essere una fine preordinata solo perché un medico psicologo ci imbottisce di farmaci e dice che dobbiamo resistere, essere ‘resilienti’. Ecco, la mia psicologa, per esempio, quando con occhio clinico mi ha osservato non ha fatto domande…ha guardato internet e mi ha propinato una serie infinita di pagine ‘copia incolla’ di dottrine freudiane. Se mi avesse posto delle domande specifiche, le avrei raccontato che quando lei faceva l’università io avevo già percorso la via della scrittura sull’argomento pubblicando insieme ad una delle mie più care amiche, ‘La magia della resilienza’. Ah, non vi avevo detto che la mia amica è psicologa. Per una antica ‘stregoneria’ la psicologia, per avere un certo effetto, non può essere praticata ad un conoscente; inoltre, ogni visita deve essere pagata prima e bisogna accettare l’dea che puoi fare terapia per anni anche senza risultati: prendere o lasciare…io ho lasciato! Accidenti che volpino questo Sigmund Freud: nessun rischio d’impresa. Almeno il chirurgo è assicurato se gli scappa il bisturi, mentre gli psicologi non hanno nemmeno necessità di assicurarsi. Scusate, ma quando inizio a parlare di questo argomento divago. Dunque, ero rimasto alla pandemia e al mal di vivere, mi pare parlassi propio della mia depressione. Ebbene dopo non aver ascoltato nulla di ciò che suggeriva la psicologa, ho cominciato ad osservare, con triste rassegnazione, che i miei patimenti non scemavano con qualche compressa ansiolitica; invece, quando iniziavo a scrivere, mano a mano che la tastiera dell’iPad scorreva sotto le mie dita, come per incanto il mio stato d’animo si illuminava, per tornare nel buio appena smettevo. Come l’effetto del valium scompare dopo qualche ora…almeno la mia singolare terapia non intossica! Ovviamente questo è un mio personalissimo modo di non farmi uccidere dal mal di vivere, riconoscendone comunque la sua superiorità ed accettandolo come compagno di vita senza negarne l’esistenza. Altri potrebbero avere la fortuna di accorgersi dei rispettivi miglioramenti correndo, piuttosto che scattando foto, per esempio. Quello che voglio dire non ha nulla a che vedere con la resilienza, ma con quella personalissima sensibilità di cui ognuno di noi dispone. A tal proposito rammento che qualche tempo fa iniziai a scrivere di ‘eremitare’, cercavo di trasmettere a me stesso come potersi rilassare nel bel mezzo della confusione di una piazza affollata. Solo non era l’eremitare che mi faceva bene, ma scrivere di esso: questo ahimè l’ho capito solo di recente, quando il mal di vivere si era già preso la mia anima. Oggi vivo così, scrivendo, anche con un certo seguito perché i libri vanno a ruba e i miei articoli sono molto apprezzati. Certo nel momento che smetto di scrivere l’effetto placebo scema velocemente, ma non è forse la stessa cosa quando assumiamo benzodiazepine? piuttosto che un’ora distesi sul lettino della psicologa che pensa agli affari suoi e magari si fa pure il pedicure?! Questa battuta è il lontano ricordo di un carattere gioioso, quando il buon umore, l’ironia e il sapermi prendere in giro, erano le mie compagne di vita…adesso è complicato!
Chiosa: ‘La depressione costituisce una delle sensazioni peggiori che possiamo avere nella nostra vita: ci si sente persi, senza speranza, completamente impotenti di fronte alle ore che non passano mai. Si guarda alla propria esistenza con idea di fallimento e si è abbattuti da un grande senso di colpa.