Cultura

La rivoluzione del riformismo

Nel corso degli ultimi anni sono usciti saggi storici su cosa è la sinistra, conferenze, articoli e insieme a queste dotte discussioni sono fioriti i discorsi di politici, ben più terra terra su sinistra, progressisti, riformisti, su chi può rappresentare il fronte progressista, dove si posizionano le forze politiche.
In questo florilegio di discussioni amaramente mi viene da pensare che aveva visto giusto con anni di anticipo, come spesso succede a chi è libero da pregiudizi, Giorgio Gaber nella sua canzone cosa è la destra cosa è la sinistra.
L’Italia è un paese che si sta faticosamente rialzando da una crisi economica che solo i distratti possono pensare causata solo dalla pandemia, ma che ha invece cause strutturali.
Un capitalismo un po’ straccione , una burocrazia ingessata con competenze vecchie, una struttura di piccoli imprenditori e artigiani che in larga parte si regge sulla evasione e sulla elusione fiscale accanto a una pressione fiscale insostenibile , soprattutto una crisi della politica e delle istituzioni che sembra quasi irreversibile, un paese commissariato con una valanga di bonus che droga una economia che prima o poi presenterà il conto.
Una classe politica che non riesce a pensare al futuro e si piega alle mode del giorno.
Una litania su sostenibilità che è intesa nel senso esclusivo di sostenibilità ambientale senza coniugarla con la sostenibilità economica e soprattutto con quella sociale.
In questo paese si discute su chi sia più riformista usando questa parola in maniera che ormai ha perso ogni significato ed è un vuoto che si può riempire in ogni modo, soprattutto la si coniuga nel senso negativo, contro il populismo, contro il sovranismo. Tutte parole vuote che perso ogni significato solo soltanto pietre che si lanciano all’avversario.
L’unione dei riformisti a freddo senza una riflessione sul significato storico, ma soprattutto politico attuale di questo termine, cosi che ha perso ogni appeal. A Milano centro storico del riformismo vero quello di Turati, Kuliscioff, dei sindaci socialisti, socialdemocratici, delle grandi riviste riformiste, la lista che si richiamava a questa tradizione si è fermata al 4%.
Senza voler richiamare le discussioni storiche sul termine, sulle discussioni che hanno animato la storia del pensiero di sinistra, sarebbe il caso di voler dare un senso a questa parola e a questa politica.
È possibile pensare che Calenda sia riformista solo perché lo dice lui, senza che si sappia cosa c’è dietro l’ego di un personaggio che basa la sua politica sulla figura di tecnico? È riformista Renzi che vuole creare un grande centro?
È riformista chi rincorre tutte le mode e insegue i like che pensa solo a organizzare manifestazioni, chiacchiere sotto forme di convegni?
Possibile che si continui a proclamare la riunione di tutti i riformisti senza voler spiegare che cosa dovrebbe costruire questa unione?
La prima cosa che mi viene in mente è quello che scriveva ormai quasi 100 anni fa Carlo Rosselli, il socialismo si costruisce prima nelle coscienze, cioè si costruisce nella consapevolezza di quello che è il nostro Paese e di quello che bisogna fare per cambiarlo, oggi riformisti vuol dire essere rivoluzionari, vuol dire affrontare i nodi di un Paese che salvo poche eccezioni non cresce non si evolve, trascura i diritti sociali, parla di diritti civili senza alcuna volontà di risolverli.
Un paese che si balocca di parità di genere rivoluzionando la grammatica e non il mondo del lavoro, che fa delle morti sul lavoro solo motivo di gossip, che non riesce ad immaginare la rivoluzione della intelligenza artificiale, un paese ancora in mano alle lobby, che non riesce ad intervenire sulle concessioni balneari o sulla corporazione dei notai?
Prendere coscienza che oggi essere riformisti vuol dire essere rivoluzionari senza fucile, vuol dire rompere le corporazioni, rivoluzionare le strutture istituzionali, accettare di scontrarsi con interessi consolidati, consorterie varie.
Negli ultimi anni nessuna vera riforma strutturale, solo agorà, articoli, saggi, appelli, allora oggi chi chiama i riformisti alla unione politica deve avere il coraggio, la lucidità e la intelligenza di dire che l’unione dei riformisti non ha niente a che vedere con il centro, con il moderatismo, con la tecnocrazia, ma è e deve essere rivoluzionaria, rivoluzionaria nelle coscienze e rivoluzionaria nei fatti politici.
Il Centro Studi Morris Ghezzi sfida tutte le forze che si dicono riformiste a immaginare una grande rivoluzione altrimenti si costruirà un bacino elettorale che potrà spartirsi piccoli ritagli di potere ma che non potrà fregiarsi veramente del termine riformista.

 

Alessandro Palumbo
Presidente Centro Studi Morris Ghezzi