Opinioni e commenti

Crimine di solidarietà: cacofonia del diritto disumanitario

Gli Accordi di Schengen del 1985 non hanno solo rimosso le frontiere tra gli Stati UE, ma hanno anche introdotto l’apposita normativa europea di contrasto al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, un insieme di misure e strumenti per combattere quello che oggi chiamiamo, a torto o a ragione, “crimine di solidarietà”. La volontà ultima era quella di controbilanciare la libera circolazione all’interno dello spazio europeo con l’irrigidimento dei controlli alle frontiere esterne, e per questo gli Stati membri si sono impegnati a sanzionare «chiunque aiuti, a scopo di lucro, uno straniero ad entrare nel territorio in violazione della legislazione». Il nemico era il clan degli smugglers, quelli che profumatamente e illegalmente pagati (cioè a scopo di lucro, e anche in modo criminoso) si occupavano di facilitare l’elusione dei controlli sui migranti alle frontiere esterne.
Già prima del trattato di Lisbona si rafforzò l’obbligo, per tutti gli Stati membri, di sanzionare il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina con la direttiva 90/2002 e la decisione quadro 946/2002, anche qualora non si ravvisasse l’elemento illecito, cioè il lucro. Questo era dettato da esigenze investigative: gli scambi di denaro tra migranti e scafisti, infatti, sono difficilmente tracciabili e per le Procure risulta spesso impossibile dimostrarne l’esistenza. Tutto bene fin qui, se non fosse per l’effetto collaterale del dispositivo, che stende una rete capace di intrappolare non solo gli smugglers ma anche chi, pur senza ricavarne un guadagno, faciliti comunque l’ingresso irregolare degli extra-comunitari. Il caso della nave Open Arms è ricaduto proprio in questa incongruenza. La legislazione comunitaria vigente costituisce un vero e proprio muro legislativo per ridurre i flussi migratori e distruggere i corridoi umanitari d’ingresso in Europa, incurante dell’evidenza che lo strumento sia del tutto sproporzionato al risultato, e che esso abbia un costo enorme in termini di vite umane. E non solo. Le spese di mantenimento di questa macchina, che nulla ha di veramente solidale, lievitano di anno in anno. Prendiamo il caso della Border Force britannica e il recente clamore per gli sbarchi nella Manica. Nata come costola della UK Border Agency, è dal 2012 ufficio governativo autonomo al servizio di Sua Maestà. Il Borders Act del 2007 consente agli agenti della Border Force di detenere chiunque in un porto, per reato o mandato di arresto, qualora ritenga che la stessa persona detenuta possa essere arrestata da un ufficiale di polizia. La detenzione non può superare le 3 ore, in attesa dell’arrivo di un ufficiale di polizia. Oggi questo potere è quotidianamente esercitato ai punti di entrata dei migranti in Belgio e in Francia, dove operano appositi funzionari britannici che affidano la persona detenuta agli agenti di polizia belgi o francesi. Così fino a pochi giorni fa, quando Boris Johnson ha proposto alla Francia di costituire una force integrata bilaterale per la sorveglianza della Manica, e per bloccare quindi gli sbarchi sulle coste inglesi. Jean Castex, primo ministro francese, ha subito alzato i toni ricordando che la Border Force deve limitare il suo intervento agli accordi vigenti, senza pretendere che lo stato sovrano di Francia diventi longa manus di Londra nell’ardua impresa di respingere i flussi migratori verso la Gran Bretagna. Non domo, Johnson ha quindi lanciato un tweet a Macron, ventilando l’obbligo a carico francese di occuparsi del rimpatrio di tutti quelli che, partiti da Calais o Dunkirk, riescano a raggiungere le coste inglesi nonostante l’azione della Border Force. L’enfant prodige dell’Eliseo ha quindi definito Johnson un “clown”, ricordandogli che le vie diplomatiche serie non passano dai social. Ma tralasciando queste ripicche che ben poco hanno di ufficiale, i numeri parlano da soli anche bypassando le vie ordinarie: la relazione di trasparenza sui costi, presentata annualmente da Londra, dimostra che se nel 2013 le spese per i controlli alle frontiere si attestavano a circa 304 milioni di sterline, nel 2020 hanno raggiunto i 405 milioni, e per la fine del 2021 si prevede un saldo prossimo ai 500 milioni, traducibili in 585 milioni di euro. Dunque se la Brexit puntava anche a svincolarsi dagli obblighi di Schengen, questi dati sembrano non soddisfare i miopi sudditi di Her Majesty. dal 2015 al 2021 il numero delle vittime in mare, tra chi cerca di immigrare in Europa, è arrivato a 18.710; l’Unione Europea giungerà nel 2027 a stanziare quasi 6 miliardi di euro per FRONTEX, con oltre diecimila agenti dislocati alle frontiere. Ma ai migranti, clandestini o meno, non importa in quale valuta si contino le spese, e non importa se la terra promessa si chiama Dover, o Calais, o Varsavia, o Lampedusa. Alla loro disperazione non importa il nome dell’approdo. Ma a noi evoluti europei, sostenitori della democrazia allargata, cultori del diritto, dovrebbe invece importare che le parole crimine e solidarietà siano oggi congiunte nell’unico cacofonico neologismo di “crimine di solidarietà”. Che la solidarietà potesse un giorno configurare ipotesi di reato, non l’avrebbe immaginato nemmeno il più illuminato dei giuristi romani o romantici. Forse abbiamo perso qualcosa per strada. O meglio, per mare.