È passato un anno da quando la nomina di Draghi a Presidente del Consiglio e la formazione di una larga maggioranza di governo è stata salutata come evento catartico che poteva sollevarci dalle ansie e dalle angosce della economia e della pandemia. L’uomo del whatever it takes per un attimo ha risposto alla sindrome italiana dell’uomo della provvidenza.
Sobrietà, concretezza, risultati eccellenti sul fronte vaccinazione, un rimbalzo del pil più che soddisfacente, una comunicazione meno ansiogena e una libertà progressivamente ritrovata ci hanno dato l’impressione di un cambio di passo.
L’autorevolezza in campo internazionale ha confermato l’impressione che la scelta fosse quella giusta.
Poi all’improvviso è come se ci si fosse svegliati da un bel sogno. L’epidemia torna a farci ansia, le polemiche sulla gestione sanitaria ritornano insieme ai virologi in tv con una infodemia che ci rende più ignoranti, l’economia morde con licenziamenti e delocalizzazioni, i sindacati che non sanno che fare per tornare protagonisti fanno uno sciopero generale che lascia tutti indifferenti, ma soprattutto ritorna il teatrino della politica.
I partiti tenuti per un anno lontani dalle scelte sono tornati alla ribalta con la lotteria sul Presidente della Repubblica e con il tentato (a volte riuscito) assalto alla diligenza della legge finanziaria e con la frenesia di tornare protagonisti ritornando con i soliti slogan contro la finanza internazionale e la tecnocrazia.
Tenterò su questo di fare delle riflessioni di carattere generale-
L’eterna richiesta dell’uomo solo che cambia le cose non funziona, e non funziona perché la gente vuole tutto e subito e quel tutto e subito è per ognuno una cosa differente, mancando ogni mediazione politica o di corpi intermedi il senso civico non esiste e fatalmente la gente si stanca di non essere accontentata nei propri egoismi e cosi l’uomo osannato comincia a d essere piano piano criticato e a sentirsi sempre più solo.
Si è detto che la politica aveva questa ultima chanche per rinnovarsi o perire (come profeticamente scrisse Nenni), ma questo non è successo, durante questo periodo i veti incrociati dei partiti hanno impedito una politica di riforme strutturali, nulla si è fatto sul fronte burocrazia, la giustizia ha visto una riformetta Cartabia, che sembra ben poca cosa a fronte degli scandali e delle inefficienze del sistema giudiziario, la riforma fiscale è pressochè una mancetta, la politica industriale è del tutto mancante, la riforma della sanità (che sarebbe più giusto chiamare salute) che era prioritaria non si è messa in cantiere, mentre non sono rimesse in discussione le scelte demenziali sul fronte energetico dei governi grillini (vedi blocco dell’estrazione metanifera) e non si è impostata una politica green che tenga conto della sostenibilità ambientale, ma anche economica e sociale. Non si sono scalfite neanche le corporazioni degli stabilimenti balneari o dei notai (retaggio ottocentesco incomprensibile).
La politica ha dimostrato di non aver colto nessuna opportunità e appena il digiuno ha cominciato a farsi sentire sono tornati ai vecchi vizi fino al punto che vecchi arnesi come D’Alema possono sentirsi tranquilli nel tornare a fare lezioni con una visione ideologica che profuma di 900.
Rimane poi la grande incompiuta: la riforma istituzionale che dovrebbe garantire una democrazia veloce ed efficiente.
Da questo punto di vista non solo la politica nel suo insieme è bocciata, ma anche lo stesso Draghi non appare come lo statista che si pensava e la prova ne è la conferenza di fine anno.
Nel suo discorso non ha parlato di riforme strutturali, ma ha circoscritto il suo compito alla messa in sicurezza dal covid e alla realizzazione del PNRR, e questo ne disegna i limiti.
Ha poi detto di aver sostanzialmente esaurito positivamente il suo compito, candidandosi di fatto alla Presidenza della Repubblica, ora al di la della mancanza di stile di una autocandidatura che si è trasformata in una gaffe politica, quello che ha dichiarato è solo parzialmente vero, la pandemia nelle sue forme gravi è stata si messa in sicurezza, ma lo stato di ansia, il moltiplicarsi e il contraddirsi delle decisioni, la loro , a volte, irragionevolezza ci riportano a uno stile Conte che speravamo di aver dimenticato, di fatto , i numeri che salgono, le code in farmacia, le polemiche tra e con le Regioni, l’incertezza sulle scuole, il mormorio di fondo ci danno l’idea di un compito non completamente esaurito, è mancato in questo totalmente il coraggio che si era visto all’inizio e soprattutto si ha l’idea di una compagine governativa ormai non più saldamente governata. Ma è sul PNRR che la vicenda si fa più seria, al di la della scrittura il PNRR va realizzato e sotto l’occhio vigile della Unione Europea che deciderà se erogare le tranche del prestito (finora solo la prima è stata erogata), senza dimenticare che la maggior parte del denaro è un prestito che andrà restituito. E chi realizzerà il PNRR? È cosi sicuro Draghi che su questo fronte il compito è terminato?
Un quadro pessimistico che si complica ancora se ragioniamo sulle prospettive future, la parentesi Draghi si avvia alla conclusione, sia che vada alla Presidenza della Repubblica, sia che rimanga ancora un anno a sopravvivere con questi partiti in campagna elettorale, e allora chi guiderà il futuro del paese? Quale leadership illuminata potrà portare il Paese nell’era della intelligenza artificiale, della burocrazia snella, delle istituzioni profondamente innovate? Il centrodestra con Salvini e Meloni? Una forza che vive di paure, di corporativismo, incapace di una politica costruttiva e con leader assolutamente privi di ogni sostegno internazionale se non addirittura legati a Paesi con democrazia limitata.
E nel campo del centrosinistra quale leadership si intravede? il campo largo di Letta e Conte il cui progetto è sconosciuto? La politica dei bonus e dell’assistenzialismo che boccia ogni riforma istituzionale perché abbiamo la Costituzione più bella del mondo?
Eppure uno spazio di ottimismo si potrebbe intravedere, c’è un 50% di cittadini che non sta a questo gioco, che non vota, che vorrebbe una Italia nuova, più moderna, ma nessuno vuole cogliere questa occasione.
Se togliamo da questa percentuale un 25/30% di astensione fisiologica rimane pur sempre uno spazio ampio per una formazione veramente riformista, rivoluzionaria nella sostanza, ma quale leadership può cogliere questa occasione? Anche qui si cercano scorciatoie e si spera ancora in un Draghi che smessi i panni del tecnocrate si trasformi in un politico disposto a farsi carico di questa formazione. Una illusione pericolosa che non affronta i nodi di una politica socialista liberale che deve rinnovarsi nei metodi, nelle proposte e soprattutto nella leadership, con uno sforzo di generosità degli attuali politici che ahimè non si vede all’orizzonte.
Sarebbe utile che questa area guardasse anche alle forze civiche che si stanno formando nelle varie città e si aggregano su idee e progetti intorno a persone competenti e volenterose, formazioni che quando non sono partiti travestiti, hanno sicuramente una cifra riformista e concreta e leader che vengono dalla realtà e non cooptati, in questi fermenti cittadini andrebbe cercata la linfa per innervare e far crescere una spinta e una forza riformista reale, c’è ancora tempo e voglia per farlo?
Al prossimo futuro la risposta
Alessandro Palumbo
Presidente Centro Studi Morris Ghezzi