Poche ore fa il presidente Tokayev ha parlato al vertice straordinario della CSTO – Organizzazione del trattato di sicurezza, i cui paesi partner hanno partecipato online riunendo oltre a Kazakistan e Russia anche Armenia, Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan. Rispolverando un’allure da cortina di ferro, il leader kazako ha promesso che in breve tempo sarà in grado di rivelare “al mondo” nuove prove di una “aggressione terroristica” ai danni del Kazakistan: gli scontri verificati nei giorni scorsi, dice Tokayev, sono stati fomentati da gruppi militanti armati di origine appunto terroristica che avrebbero voluto avviare un golpe partendo da Nur-Sultan.
Nur-Sultan, nota come Astana fino a tre anni fa, è la capitale del Kazakistan.
Poco più di un milione di abitanti la mettono da due decenni ai primi posti tra le città asiatiche con la maggiore crescita demografica.
È la capitale più fredda del mondo, ma la sua gente tanto fredda non sembra proprio esserlo: nonostante il fiume ghiacciato che le scorre intorno, gelato 7 mesi su 12, e nonostante uno dei più congelati regimi post-sovietici che la governa, da giorni i suoi cittadini incendiano sia i blindati degli agenti che i palazzi del potere.
La crisi è scoppiata il 2 gennaio nei territori petroliferi del Mangystau, una delle 14 regioni che si snodano a cavallo tra Europa e Russia per circa tre milioni di chilometri quadrati.
Kazakistan: un Paese cresciuto all’ombra, silenzioso come i lunghi inverni del post-Guerra Fredda, da troppo tempo lasciato libero di organizzare una propria ricchezza che oggi fa gola a molti: è il più importante produttore ed esportatore di petrolio nell’ambito della Comunità degli Stati indipendenti ex Urss, ha enormi giacimenti d’uranio, le distese cerealifere più grandi del continente euroasiatico, centoquarantamila ettari di terreni coltivati a oppio, e alleanze con Erdogan e Putin, che ha già dichiarato di non ammettere alcun tipo di interferenza in questa crisi, come se si trattasse di un piccolo incendio nel cortile di casa sua.
Tra le prime reazioni del governo kazako, ora dimissionario, si registra la sospensione dell’ingresso di tutti gli stranieri entro i propri confini. Intanto nella capitale i morti sono decine, sia tra i manifestanti che tra la polizia. Centinaia i feriti, oltre duemila gli arrestati, e continuano i saccheggi dei rivoltosi nelle ville degli oligarchi e perfino nella residenza presidenziale.
Le compagnie aeree Lufthansa e quelle degli Emirati Arabi hanno chiuso i voli verso il Paese.
Le minacce di attacchi terroristici sono in atto, o almeno questo pretesto è bastato a Mosca per dichiarare che si tratta di un tentativo di “destabilizzare la nazione dall’estero”. Così migliaia di soldati russi sono arrivati con la Befana per «stabilizzare la situazione» (dice il Cremlino).
Il presidente Kassim-Jomart Tokayev, 68enne ortodosso ex ambasciatore URSS che parla solo in russo a venti milioni di kazaki turcofoni e musulmani, preannuncia due settimane di stato d’emergenza, l’epurazione del premier e dure riforme, senza risparmiare aperte accuse verso le «potenze straniere che sobillano».
Eppure la rivolta popolare nasce proprio contro la sua decisione di Capodanno, quando ha annunciato di voler liberalizzare i prezzi del GPL alle pompe, riuscendo a farli raddoppiare nello spazio di una sola notte. Ma il Kazakistan ha una superficie grande nove volte l’Italia e tutto viaggia su gomma, e un’economia tra le prime dieci esportatrici mondiali di greggio, cosa che da sempre consente di calmierare serenamente il prezzo dei carburanti.
Nonostante la rapida ritrattazione di Tokayev e il repentino calo delle tariffe, la piazza ha continuato (e continua) a gridare «Cacciate il vecchio!».
La rabbia popolare ha colto l’occasione per urlare contro un potere più profondo di quello economico: il potere politico ancora legato alla Grande Madre Russia tramite l’eminenza grigia di Nursultan Nazarbayev. Nursultan, l’ex presidente per cui Astana ha cambiato nome in Nur-Sultan, 81 anni di longeva e fedelissima proscinesi alla longa manus sovietica che tratta il Kazakistan da burattino, e la sua marionetta preferita è Tokayev.
Una sua statua già risulta abbattuta dalla folla, a Taldykorgan, come avvenne già per Saddam ad altre latitudini.
Ma Nursultan controlla il Senato kazako, e non solo quello. Gli agganci con i potentati economici (non spesso limpidi) sono stati in grado di assicurare alla nazione popolata più fredda al mondo anni e anni di sviluppo, arrestato solo dalla crisi petrolifera del 2014 e dal Covid, che ha distrutto il 90% delle esportazioni verso la Cina: oggi, per la prima volta in vent’anni, il Paese è in recessione.
Accanto all’economia reale sembra schierarsi contro la saldezza politica kazaka pure l’economia virtuale della febbre da Bitcoin: nel solo 2021 quasi novantamila società di criptovalute hanno lasciato la Cina per spostarsi proprio in Kazakistan, allettate dal basso costo dell’energia. Questo ha però fatto lievitare in modo inimmaginabile le spese per la gigantesca quantità d’elettricità necessaria all’informatica che protegge i bitcoin (è la dura legge del mercato, baby).
Se però resta vero che la crisi del prezzo del petrolio allarma tutti in modo più diretto, non si dimentichi che la nostra ENI ha contratti storici e pesanti col Kazakistan, e ripercussioni dirette potrebbero arrivare anche nelle nostre tasche per eventuali rincari sui carburanti.
Tuttavia, nulla in confronto a ciò che su scala geopolitica mondiale potrebbe deflagrare proprio ora che zio Vladimir ha già una mano pronta per agguantare l’Ucraina. L’altra è ancora libera per prendersi pure il Kazakistan.
E si sa, i famosi due piccioni presi con una fava sono sempre tanto appetibili.