“Di notte serve aprire la sede del Parlamento europeo ai senzatetto perché è doloroso vedere tante persone cercare riparo dal freddo intenso agli angoli dell’edificio che ci ospita a Bruxelles (…) Sarebbe un atto di grande umanità, senza compromettere funzionalità e sicurezza”. Così diceva il nostro David Sassoli pochi giorni fa. E se le parole di un uomo lo identificano, parrebbe superfluo aggiungere altro. Eppure molto altro sarebbe da attribuire a questo giornalista, prima ancora che politico, dalle tante qualità professionali, umane e diplomatiche.
I membri dell’Europarlamento sono oggi 705, e di questi ben 345 (un numero ben superiore alla maggioranza assoluta prevista) votarono per Sassoli il 3 luglio 2019, dopo averlo avuto come vicepresidente dal 2014. Sassoli che nel suo discorso di insediamento si presentò dicendo “l’Europa ha ancora molto da dire se noi, e voi, sapremo dirlo insieme. Se sapremo mettere le ragioni della lotta politica al servizio dei nostri cittadini, se il Parlamento ascolterà i loro desideri e le loro paure e le loro necessità”. Un incipit in linea con la cultura socialdemocratica dell’oratore.
Presiedere il Parlamento Europeo non è proprio come andare in bicicletta. Già il numero dei suoi membri, che lo rende la seconda assemblea legislativa più grande al mondo (secondo solo al Parlamento indiano, che ne ha 790), offre un quadro adeguato del contesto; ma la vastità del suo corpo elettorale garantisce un altro ben più profondo primato: si tratta del più grande elettorato democratico transnazionale al mondo, con circa 375 milioni di aventi diritto al voto per il semplice fatto di essere cittadini dell’Unione Europea.
La prima riunione assembleare di questo pachidermico organismo avvenne nel settembre del 1952, ma quell’organismo era molto diverso dal Parlamento attuale, come del resto lo erano anche tutte le altre istituzioni europee; si chiamava Assemblea comune della Comunità europea del carbone e dell’acciaio e i suoi 78 parlamentari erano nominati (e non eletti) dai parlamenti nazionali degli allora soli sei Stati membri, né aveva alcun potere legislativo. Col Trattato di Roma del 1957 nacque la vera l’Assemblea parlamentare europea, con sede a Strasburgo, attiva dal marzo 1958 e ampliata fino a 142 membri, seppur nominati ancora con le medesime modalità della precedente Assemblea CECA. Dal marzo 1962 l’Assemblea muta il proprio nome in Parlamento europeo, senza tuttavia modifiche sostanziali di composizione né di funzione. Trascorsero altri 14 anni fino a che, nel settembre 1976, il Consiglio europeo (organo europeo esecutivo e decisionale di ultima istanza) volle finalmente rendere il Parlamento eleggibile a suffragio universale diretto, bypassando le scelte dei parlamentari nazionali. La prima volta che i cittadini europei furono chiamati a votare i propri rappresentanti fu nel giugno del 1979, e ne elessero 410. Questi, a loro volta, eleggono il proprio Presidente durante la prima assemblea plenaria, e sono comunque tenuti a farlo ogni 30 mesi. Oggi il Parlamento europeo lavora fisicamente sulle tre sedi di Bruxelles, Lussemburgo e Strasburgo. Di certo il Presidente viaggia molto in questo triangolo geografico, ma non solo: negli ultimi decenni la figura del presidente del Parlamento Europeo sembra aver funzionato come punto di collegamento tra la politica e la cittadinanza. Col passare del tempo, insomma, ogni presidente ha saputo sempre più smaterializzare non solo fisicamente la sede istituzionale di palazzo per trasfondere gli ideali di comunanza europea tra la gente. Prime doti imprescindibili di un buon presidente del parlamento UE, dunque, attitudine ai viaggi ed empatia. Ma non solo.
Dal 1952 al 1958 l’allora “Assemblea Comune Europea” ha avuto come presidenti Paul Henry Spaak, che ne è stato primo presidente in assoluto nonché fondatore delle istituzioni europee in toto, seguito da un altro baluardo europeo, il nostro Alcide De Gasperi, anche se solo per un anno (il 1954). Dopo di loro ci sono stati Giuseppe Pella e Hans Furler. Dal 1958 al 1962 il consesso è diventato Assemblea Parlamentare Europea, ed è stata gestita prima dal monumentale Robert Shuman e poi di nuovo da Furler.
Dal 1962 al 1979 l’assemblea è stata identificata come Parlamento europeo designato, e tra i suoi nove presidenti ricordiamo gli italiani Gaetano Martino, Mario Scelba ed Emilio Colombo. Finalmente, dal 1979 il Parlamento ha avuto membri eletti direttamente dalla cittadinanza europea tutta, e il primo presidente di questo nuovo organismo perfettamente democratico è stata la mirabile Simone Veil, seguita solo dopo 20 anni e altri 7 presidenti uomini dall’altra francese Nicole Fontaine. Dopo di loro, e solo dal 2012, l’audace Martin Schulz, il comunicativo Antonio Tajani e il gentiluomo David Sassoli sono stati presidenti davvero capaci di vivificare l’operato del Parlamento Europeo, avvicinando l’istituzione alla popolazione con concreto successo.
“Non siamo un incidente della Storia – amava ripetere il caro David -. Se siamo europei è anche perché siamo innamorati dei nostri Paesi”.
Auguriamoci un nuovo presidente altrettanto innamorato dell’Europa, come lo era indubbiamene Sassoli.