Opinioni e commenti

Ucraina bignè d’Europa. E ciliegina sulla torta Est/Ovest

“Tutto ciò che faccio è volto contro la Russia. Se l’Occidente è troppo stupido o cieco per comprenderlo, sarò costretto a interdirmi coi russi. Ho bisogno dell’Ucraina affinchè nessuno ci possa affamare”. A pronunciare queste parole non è stata Ursula von der Leyen, e nemmeno Biden. E neanche Putin. A pronunciarle fu un certo Adolf Hitler nel bel mezzo della sua ascesa dittatoriale.
Che lui abbia potuto dirlo apertamente allora, non esclude che i leader mondiali possano almeno pensarlo adesso.
E ne hanno ben donde: l’Ucraina è al nono posto tra i produttori mondiali d’acciaio, al primo posto in Europa per estrazione di carbone, unico detentore europeo di sabbie minerali naturali, sesto al mondo per produzione di zircone, possessore esclusivo di sterminate cave di caolino, argille plastiche ed argille refrattarie (che costituivano il 70% delle riserve dell’ex Unione Sovietica), e last but not least quarto paese in Europa per giacimenti di gas e petrolio.
Soprattutto, nel sottosuolo ucraino si nasconde la più vasta scorta d’uranio d’Europa, che consente la presenza di ben 15 reattori nucleari attivi.
Nell’arco temporale di un solo lustro il PIL Ucraino è salito dagli 84 miliardi di euro del 2016 agli attuali 157 miliardi (stima 2022, a prezzi correnti). Nel medesimo periodo di osservazione il volume totale delle sue esportazioni è passato dai 32,8 ai 57,6 miliardi di euro.
Le industrie siderurgiche e metallurgiche non hanno mai subito decrescita, come anche quelle chimiche e farmaceutiche. Ma il maggiore exploit nell’industria della trasformazione si registra nel settore bellico, e segnatamente grazie alla controllata statale Ukroboronprom. Conglomerato in cui convergono un centinaio di stabilimenti ucraini produttori di armi, la società riunisce imprese specializzate in vari settori della Difesa, che le assicurano un ampio ventaglio di partnership internazionali e qualche semi-monopolio in nicchie belliche, tanto da avere in pugno lo sviluppo tecnico e militare di numerosi Paesi del Medio Oriente, specialmente Pakistan e l’India. Tra i prodotti di punta della Ukroboronpom si annoverano carri armati, veicoli robotici, sistemi di difesa aerea e anticarro, ma anche munizioni, esplosivi e propulsori per astronavi. Nonostante lo scandalo che nel 2019 colpì i suoi vertici, processati per corruzione, vendita di segreti militari alla Russia e mercato nero di armamenti russi verso l’Ucraina, (scandalo talmente risonante da influenzare perfino le elezioni presidenziali e l’accusa di alto tradimento per l’allora presidente Poroshenko), i ricavi attuali di questa pachidermica impresa superano il miliardo di dollari, con 128 milioni di dollari guadagnati solo nell’ultimo anno. In particolare, va detto che nel 2021 la produzione complessiva di armi è aumentata del 36% rispetto al 2020, percentuale impressionante, grazie al notevolissimo incremento di vendite di attrezzature navali e strumenti di alta precisione balistica.
Se tutto ciò non bastasse, ricordiamo che più della metà dell’energia elettrica prodotta nel Paese è di origine nucleare, grazie alle sue quattro mega centrali di Yuzhnoukrainsk, Rivne, Khmel’nyts’kyi e Zaporizhzhia. A quanto pare, il disastro di Chernobyl del 1986 non ha fatto cambiare parere agli ucrani circa la convenienza del nucleare (del resto, l’uranio non manca).
Si tratta di una convinzione che potrebbe rappresentare un evidente ostacolo al sereno ingresso del paese nell’Unione Europea, considerando la tendenza anti-nucleare che sembra conquistare i governi blustellati: già titolare di una poltrona nel consesso della cosiddetta “Vicinanza Europea”, la Repubblica ucraina dovrebbe presentare domanda ufficiale di ingresso nell’UE nel 2024 e diventarne membro a tutti gli effetti dal 2030.
Kyev è anche osservatore dell’Association of American States, membro del WTO dal 2008 (Mosca vi è entrata solo 4 anni dopo), e lo scorso anno ha formalmente approvato una specifica strategia di sicurezza nazionale che prevede la richiesta alla NATO di diventarne partner a pieno titolo.
Infine, nessuno ignora più che l’Ucraina è snodo geografico cruciale per il gas naturale che transita dalla Russia verso l’Europa tutta: nonostante il contratto di di passaggio sul suolo ucraino sia stato rinnovato per altri 5 anni già dal 2019, scongiurando il rischio di interruzioni del flusso est/ovest, le tensioni attuali non possono eludere questo pittoresco quadro di logistica e (forzata) convivenza col Cremlino.
I motivi per rendere questi 603.540 chilometri quadrati di terra particolarmente appetibili tanto per l’Est quanto per l’Ovest di questo pianeta ci sono tutti. Proprio come tutti riuniti sono gli indicatori che portano a credere che a cadere, a Berlino nell’89, siano stati solo un pò di calcinacci. E null’altro.

 

Lucia Abbatantuono