Opinioni e commenti

Quando la diplomazia fallisce

“Tutte le guerre rappresentano un fallimento della diplomazia” – diceva negli Anni ’60 il socialista britannico Tony Benn, visconte di Sua Maestà che rinunciò finanche al titolo per rendersi attivista laburista. E di fronte a questa sua lapalissiana statuizione, sfuma anche l’altisonanza del Paragrafo 3 del Documento di Vienna, per cui “Gli Stati partecipanti (all’OSCE) ricordano la dichiarazione sul Non Ricorso alla Minaccia o all’Uso della Forza contenuta nel Documento della Conferenza di Stoccolma”. Si tratta del Paragrafo 3 tanto rievocato dalle cancellerie europee all’indomani della più recente videoconferenza voluta da Biden (la seconda in 3 settimane) con i leader dei paesi occidentali aderenti all’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa.
La presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen ha valutato positivamente il “significativo sforzo diplomatico congiunto per convincere la Russia alla de-escalation”, sottolineando il sostegno risoluto all’Ucraina. E fin qui tutto nei parametri della più formale diplomazia. I toni si sono inaspriti nella dichiarazione dell’approntamentto di una “dettagliata cooperazione per la finalizzazione del pacchetto di sanzioni in caso di ulteriore aggressione da parte della Russia”, che Madame Von der Leyen ha richiamato per ricordare che “le misure potrebbero riguardare i settori della finanza e dell’energia, come anche l’export di prodotti hi-tech”.
Ma, come nel dettaglio riportato in apertura, preme sottolineare che l’Unione Europea ha di fatto ufficialmente già attivato il meccanismo di riduzione del rischio previsto dal Paragrafo 3 del Documento di Vienna, così come il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba ha ribadito di aver chiesto al Cremlino di fornire spiegazioni dettagliate sulle attività militari nelle zone adiacenti all’Ucraina e nella Crimea. Secondo le regole vigenti, la Russia ha 48 ore per rispondere e in caso contrario l’Ucraina “si rivolgerà a Mosca, così come agli altri Stati dell’OSCE, per convocare una riunione straordinaria dove la Russia dovrà fornire spiegazioni”.
Nella nota di Palazzo Berlaymont si specifica che la commissione UE ha già individuato “lo stato dell’arte delle sanzioni individuali e settoriali” nei confronti di Mosca, oggi in preparazione per una risposta rapida in caso di aggressione, ribadendo che “tutte le opzioni sono sul tavolo”.
Bruxelles quindi non ha mai smesso di lavorare ad una pronta risposta all’escalation, in particolare nel campo energetico, aprendo un dialogo con i partner europei per eventuali forniture aggiuntive di gas naturale e gas liquefatto in caso di interruzione delle forniture da parte della Russia.
Il Documento di Vienna fu firmato nel 2011 dai partner OSCE per stabilisce “misure miranti a rafforzare la fiducia e la sicurezza” tra i paesi firmatari. Le sue 66 pagine prevedono anche lo scambio annuale di informazioni sullo stato delle rispettive forze armate, sistemi per la pianificazione della difesa congiunta in caso di minacce comuni, meccanismi per la riduzione dei rischi bellici e contatti costanti tra le diplomazie nazionali per garantire rapidità e trasparenza delle stesse informazioni.
Contrariamente a quanto si possa immaginare, il Documento di Vienna non ha nulla di meramente programmatico o evocativo: si tratta piuttosto di un vademecum che ricalca in parte gli elementi più operativi, su scala minore, del Patto Atlantico del 1949 istitutivo della NATO.
E la versione del 2011 è l’ultima di una serie di rimaneggiamenti dell’Atto originale. Infatti i negoziati sulle misure di rafforzamento della fiducia e della sicurezza risalgono alla Conferenza di Helsinki del 1975. La prima stesura formale risale al Documento di Stoccolma del 1986.
Ogni anno, a metà dicembre, i funzionari dei 57 membri OSCE si riuniscono a Vienna per lo scambio di informazioni sulle loro forze armate, sul loro assetto militare, sul personale e sii principali sistemi d’arma e d’equipaggiamento. Durante tutto l’anno i Paesi condividono anche le informazioni relative alla pianificazione e ai bilanci della loro difesa.
I negoziati portarono poco per volta all’adozione del definitivo Documento di Vienna del 2011. L’accordo, che è politicamente vincolante, prevede oggi non solo lo scambio ma anche la verifica di informazioni relative alle forze armate e alle attività militari. Verifica che prevede perfino la notificazione agli altri Stati, con largo preavviso, delle principali attività militari predisposte, come le esercitazioni, e l’accettazione di eventuali tre ispezioni annuali presso i propri siti militari da parte di un’apposita commissione OSCE. Il paragrafo 3 cui si rifanno le più recenti dichiarazioni di Madame Von der Leyen incoraggia proprio gli Stati partecipanti a ospitare volontariamente visite militari e diplomatiche al fine di dissipare preoccupazioni.
Anche Mosca ha firmato questo documento, ma Putin sembra preferire Federico Il Grande a Tony Benn, specialmente laddove l’imperatore sosteneva che “la diplomazia senza armi è come un concerto senza strumenti”.
Intanto il tempo scorre, e il concerto che nessuno vorrebbe ascoltare sta per iniziare.