I cento giorni sono più o meno quelli che separano il primo allarme lanciato dal presidente ucraino dalla conclusione della fase acuta della crisi.
Con ciò si aprirà, molto probabilmente, una nuova e più costruttiva fase nelle relazioni internazionali.
Sarebbe oltremodo presuntuoso discettare, in questa sede sui possibili eventi futuri.
Quello che si può fare qui e ora è dare un punteggio ai protagonisti della crisi. Sottolineando, se mai questo fosse necessario, che il metro di giudizio deve essere puramente politico e non moralistico; avendo a che fare non con la bontà di una causa o con le virtù dei suoi protagonisti ma con la capacità di questi di capire la sostanza dei problemi così da affrontarli e, possibilmente risolverli, in modo equilibrato e razionale.
ZHELENSKI 8 Data la sua situazione di partenza ha giocato le sue carte in modo ammirevole. Nel corso dell’anno scorso l’Ucraina era diventata un paese diviso tra bande ognuna più irresponsabile dell’altra. E possibile oggetto delle provocazioni più diverse e di ogni possibile interferenza. Annunciare all’inizio un’invasione imminente ma prima ancora un possibile golpe interno, per poi gettare continuamente acqua sul fuoco (fino a riprendere il dialogo con Mosca) è stato allora un vero e proprio colpo di genio. Perché ha compattato il paese all’interno evitando cedimenti e fughe in avanti. Perché ha fatto dell’Ucraina e del suo diritto all’indipendenza una Causa da difendere. Perché ha spento sul nascere ogni focolaio di crisi. E perché, lasciatemelo dire, non ha offerto né spazi né motivazioni all’allarmismo isterico di Washington. E perché l’Ucraina che uscirà dalla crisi sarà un paese più aperto, più garantito e più sereno; al punto di potersi permettere di guardare all’occidente senza diventare, per questo, un nemico della Russia.
Il tutto con ammirevole sangue freddo. Nel corso di tre mesi, nessun incidente. Nessuna provocazione; attuata o denunciata. Nessuna manifestazione di panico. Niente di niente.
PUTIN 7 Se il suo obbiettivo era quello di rimettere in discussione 30 anni di storia per tornare alla situazione dei primi anni novanta, ha fallito. Se il suo obbiettivo era quello di invadere l’Ucraina, ha fallito. Se il suo obbiettivo era quello di bloccare in linea di principio l’entrata di Kiev nella Nato, ha fallito.
Ma qui stiamo parlando d Vlad il pazzo. Perché invece ci riferiamo a Vlad come essere razionale questo ha vinto su tutti i piani. Dimostrando “urbi et orbi” che l’Europa non era affatto disposta a seguire compattamente la linea intransigente di Biden; anzi sempre più propensa ad allinearsi, nel corso del tempo, con le posizioni franco- tedesche. Mettendo in luce che la questione dell’entrata dell’Ucraina nella Nato non fosse una questione di principio ma di opportunità. E aprendo la strada ad ampio dialogo, con gli Stati Uniti ma ora anche con l’Europa, sugli equilibri strategici nell’Europa orientale, in un’ottica di generale allentamento delle tensioni.
SCHOLZ 7 Per settimane e settimane abbiamo assistito, in Italia ma non solo in Italia, al linciaggio mediatico del nuovo cancelliere. Anello debole di un Europa allineata con gli Stati Uniti nel rintuzzare l’offensiva del Cremlino. Attaccato, con la sua difesa del North Stream a volgari interessi commerciali e così soggetto passivo del ricatto di Mosca. Un linciaggio cui Scholz non ha minimamente reagito; salvo a dire, nelle sedi opportune (Kiev e poi Mosca), tutte le parole che andavano dette; a partire dal fatto che l’entrata dell’Ucraina nella Nato non era né poteva essere all’ordine del giorno. Offrendo all’Ucraina non armi ma aiuti economici e un concreto sostegno nel dialogo con Mosca. Forse dargli un 7 è troppo poco. Basterebbe aggiungere che il futuro è suo.
MACRON 6 Il più attivo durante la crisi. E in senso positivo. Suo limite (come emerso, tra l’altro, nei suoi precedenti interventi sulla Nato e sull’esercito europeo) è quello di presumere troppo di sé, per non dire del paese che rappresenta: ignorando, di riflesso, le esigenze e le preoccupazioni degli altri. Ciò che lo rende sempre interessante ma molto spesso inaffidabile.
POLONIA 6. Un voto di incoraggiamento ma anche di apprezzamento. Perché il suo silenzio tranquillo durante questi tre mesi, accompagnato dal recente viaggio a Mosca del suo ministro degli esteri discende dalle stesse preoccupazioni, al limite dell’isteria, che la portarono mesi fa a denunciare la presenza di profughi alle sue frontiere come la minaccia più grave dai tempi della seconda guerra mondiale. In America o in Inghilterra si può tranquillamente parlare di invasioni e di sanzioni punitive. In Polonia no. Perché la Polonia sa benissimo che in tali circostanze sarebbe travolta per prima dall’arrivo di centinaia di migliaia di profughi, oltre che da una gravissima crisi politica ed economica. Di qui i toni distensivi con Mosca e, soprattutto, l’obbiettivo prioritario di recupero di un rapporto privilegiato con la Germania e, per la proprietà transitiva, con Bruxelles. Un 6, insomma, che può diventare rapidamente 7 e magari anche di più.
DRAGHI 6. Il minimo sindacale, ma quello giusto. A partire dalla telefonata a Putin per garantire al nostro paese i necessari rifornimenti di gas. L’avesse fatto Conte, apriti cielo. Lui se l’è potuto permettere. Un punto a suo favore.
BIDEN 4. E il voto di biasimo ma anche di incoraggiamento dato, nel primo trimestre all’allievo scarso ma suscettibile di miglioramento. Il Nostro ha vissuto, sino ad oggi, in un mondo fantastico in cui ci sono i Buoni e i Cattivi e in cui le battaglie si vincono allineando le truppe, innalzando vessilli e lanciando proclami.
Ecco, allora invasioni sempre rinviate ma sempre imminenti annunciate con toni sempre più striduli, numero di vittime e orari compresi. Ecco le misure di ritorsione con la duplice caratteristica di abbandonare l’Ucraina al suo destino e di far precipitare il mondo in una crisi economica e umanitaria senza precedenti. Ecco le obiezioni di principio a questioni di merito. Ed ecco, infine, la concentrazione maniacale su di una sola questione ignorando i processi in atto nel resto del mondo tutti, peraltro, a favore del Nemico principale.
C’è però tutto il tempo per rimediare; magari sostenendo, prima di cambiare registro, che è stata la risolutezza americana a indurre lo Zar a più miti consigli. Mentre Putin potrà dire che, ritirando il suo esercito, ha sventato le “mene provocatorie dei guerrafondai”.
JOHNSON -2 E’ quello che ci ha capito di meno. E che si è agitato di più. Seminando panico. Proponendo all’Ucraina alleanze militari. E tacciando quanti insistevano sul dialogo come fautori della resa. Irresponsabile.
PD NON PERVENUTO Interrogato sul che fare, il testimone ha dichiarato di essere europeista e atlantico. E non c’è stato modo di fargli dire altro.