Opinioni e commenti

L’Ucraina e il capello in quattro

La tragedia umana e civile che sta distruggendo l’Ucraina , sventrando, come ha detto un “intellettuale” nei salotti televisivi, senza accorgersi dell’enormità che diceva, rivelatrice del suo pensiero profondo, ci pone una infinità di interrogativi.
Il primo, più inquietante, è come è possibile che ci siano così tante persone che di fronte ad una situazione così evidente con un invasore criminale e un popolo che viene bombardato eppure con fierezza e coraggio si difende, spaccano il capello in quattro, parlano di complessità, di ragioni dell’aggressore, addirittura sbeffeggiano un Presidente che non scappa e coraggiosamente combatte con il suo popolo?
Al netto di interessi economici e di vere e proprie “influenze “russe su istituzioni, su riviste, su università, questo sentimento è diffuso trasversalmente.
Le motivazioni sono diverse: a destra il mito dell’uomo forte e della difesa di valori (sic.) che l’occidente ha perso e che sono ben riassunte nel discorso del Patriarca Kirill, è un sentimento che ben conosciamo espresso nella paura di un progresso civile che fa paura e nel desiderio di una mano forte che li culli nelle loro certezze arcaiche.
A sinistra resiste un profondo sentimento antiamericano che finisce per far ricadere tutte le colpe sugli Stati Uniti e i suoi vassalli.
Questo sentimento antiamericano è un retaggio degli anni 70, della visione di un imperialismo americano che si contrapponeva ai popoli. Un sentimento che risveglia gli antichi ardori giovanili, in Italia la revisione ideologica sul dramma del comunismo e sugli errori anche dei comunisti italiani non è mai avvenuta, la narrazione corrente che l’Italia è stata governata da delinquenti e mafiosi e che si era comunisti perché era l’unico luogo di pulizia morale resiste e si porta dietro una serie di cascami ideologici tra cui . l’antiamericanismo e l’odio per la cultura liberale, per il mondo libero.
Non si può negare che gli USA siano una grande potenza che ha cercato di imporre la propria egemonia nel mondo, ne si può negare che l’invasione dell’Iraq e dell’Afghanistan abbiano rafforzato questi pregiudizi ideologici, ma nessuno che abbia un briciolo di onestà intellettuale non vede la profonda differenza tra le situazioni; l’Iraq di Saddam era una satrapia che aveva provocato morti in guerre assurde contro l’Iran, contro il Kuwait, l’Afghanistan era uno stato in mano a tagliagole, devastato da una invasione sovietica che aveva distrutto le fondamenta di uno stato che negli anni 70 godeva di una libertà inimmaginabile ora.
Ma esiste una altra porzione di popolazione che più che filoputiniana è cresciuta in una sempre più forte sentimento di egoismo e di non curanza, la indifferenza pericolosa che ci ha portato in passato a tragedie enormi. Nel film il generale della Rovere, mentre un gruppo di persone aspetta innocente di essere fucilata una persona si lamenta dicendo “ma io non ho fatto nulla” , al che la risposta fulminante di un altro prigioniero la sua colpa è proprio di non aver fatto nulla.
Questa fetta di popolazione ritiene che i propri agi non debbano essere toccati, non è solo la preoccupazione per una crisi economica che può toccare seriamente il proprio tenore di vita, è proprio un sentimento di egoismo e totale indifferenza, è li che si nasconde la retorica della complessità, dell’equidistanza, dei torti di tutti che giustifica il lasciamo che se la sbrighino tra di loro.
Tutto questo è alimentato da una squallida mediatizzazione della guerra, con talk show televisivi, con ospiti che improvvisamente scalzano i virologi e diventano divi, con la precisa scelta televisiva di dare spazio alle liti, alle opinioni estreme cosi da rendere tutto più uno show che alimenta il sentimento di indifferenza e fastidio, intellettuali da salotto che chiedono la pace senza spiegare come farla, che chiedono a Zelensky di arrendersi ( verrebbe da riprendere l’antico detto applicato agli italiani Franza o Spagna purchè se magna).
Eppure non esiste complessità e non può esservi nessuna indifferenza.
Le cose sono semplici: il memorandum di Budapest firmato nel 1994 da Russia, Stati Uniti, Regno Unito e Ucraina stabiliva che l’Ucraina rinunciasse al suo arsenale atomico trasferendolo alla Russia (fatto) in cambio di sicurezza, indipendenza, integrità territoriale. Trattato firmato successivamente da Francia e Cina.
Tutto questo è andato bene finchè l’Ucraina restava uno stato vassallo della Russia, ma non appena ha dimostrato di voler essere una nazione libera sono cominciate le aggressioni: l’annessione manu militare della Crimea , la guerriglia in Donbass, l’avvelenamento del leader filooccidentale Viktor Juscenko con il polonio, fino a definire la rivolta di popolo del 2014 un colpo di stato finanziato dagli USA. Peccato che in questi otto anni il paese è vissuto in una democrazia (sia pure imperfetta) che ha visto elezioni presidenziali, legislative, in cui il partito filo russo ha partecipato, sia pure sconfitto.
Alla fine la catastrofe attuale con la negazione stessa della nazionalità ucraina, che smentita duramente dalla forte resistenza della popolazione, vede gli spaccatori di capelli gingillarsi con frasi senza senso come la parola alla diplomazia, come se non fosse chiaro che la diplomazia è inutile ora perché i Russi non hanno alcuna intenzione di negoziare se non una resa incondizionata che sarebbe la fine per il mondo e la cultura occidentale.
Sicuramente questo senso di egoismo è alimentato da una sempre più lontananza dai concetti di comunità e di solidarietà nata in una situazione in cui tutti i simboli che richiamano questi sentimenti sono profondamente delegittimati dalla loro pochezza, in questi decenni gli italiani hanno visto le istituzioni pubbliche come sempre più lontane dalle necessità quotidiane e hanno imparato ad arrangiarsi da soli costruendosi una corazza di egoismo.
Sarà difficile, ma essenziale, ricostruire un senso di appartenenza e di comunità, nazionale ed europea, sarà compito della politica senza retorica, ma con pragmatismo ridare all’Italia la cultura della ricostruzione e della rinascita.
È come sempre una Italia spaccata e lacerata stressata da due anni di pandemia e di vuote chiacchiere, una Italia che ha il più alto tasso di partecipazione al settore del volontariato e nel contempo il più alto tasso di disinteresse per la cosa pubblica e di egoismo solipsista.
Ma l’altra domanda che dobbiamo porci è come costruire il futuro geopolitico dopo la catastrofe ucraina.
Abbiamo una potenza nucleare aggressiva, che a differenza degli USA, non ha contrappesi nella opinione pubblica e nel bilanciamento dei poteri, (ipotizzare come qualche cattedratico che gli USA avrebbero invaso il Messico in caso che questi diventasse filo russo, vuol dire non conoscere la società americana e gli anticorpi che la sua struttura liberale porrebbe ad una ipotesi del genere), questa potenza minaccia esplicitamente una possibile catastrofe, abbiamo una altra potenza che ha esteso la sua influenza economica in metà Africa e sta penetrando in Sud America, potenza che ha schiacciato Hong Kong e minaccia un altro paese sovrano.
Due imperi, che in modo diverso, hanno una visione della diplomazia come dimostrazione di forza.
Dobbiamo fare poi i conti con un mondo la cui popolazione è governata per il 70% da strutture non democratiche e che attualmente produce il 20% del PIL mondiale.
Finita l’era novecentesca delle sfere di influenza stabilite a Yalta, si ipotizzava un mondo finalmente libero di autodeterminarsi, con la fine della storia come profetizzava Fukuyama, purtroppo cosi non è, ad un ordine imposto si è sostituito un caos in cui sono proliferate sinora decine di guerre regionali per poi arrivare con la invasione della Ucraina ad una guerra che coinvolge tutto il mondo.
È ipotizzabile che nel futuro i due imperi non democratici (Russia e Cina) debbano sedersi ad un tavolo per riscrivere le regole della sopravvivenza avendo come ispirazione la carta dei diritti dell’uomo su cui si regge l’ONU, a quel tavolo siederanno sicuramente gli Stati Uniti, altro impero, ma l’Europa potrà dire la sua? Riusciranno i Paesi Europei a costruire una unità basata non solo sul business, ma su una visione etico/politica?
Riuscirà l’Europa a darsi una anima? Capirà che una politica energetica comune e una difesa comune sono indispensabili? Riuscirà l’Europa ad avere pari dignità con gli altri imperi? Soprattutto riusciranno i paesi europei ad imporre una visione di autodeterminazione dei popoli in una globalizzazione che non significhi sopraffazione, ma libera circolazione di uomini, di idee, di culture che riesca a rendere ricchi tutti non solo di beni materiali, ma anche di cultura e libertà?
Questa è la vera sfida, a questa domanda siamo chiamati a rispondere a lavorare, ma per poterlo fare è ora necessario e indispensabile che l’Ucraina vinca la sua battaglia e che tutti noi si faccia di tutto per aiutare la loro resistenza, lasciamo gli spaccatori di capelli, i signor però, gli agitatori di slogan inconcludenti alla loro inconsistenza, aiutiamo l’Ucraina per aiutare noi stessi e per riscrivere insieme il patto di sopravvivenza.

 

Alessandro Palumbo
Presidente Centro Studi Morris Ghezzi