Opinioni e commenti

Pensieri illuministi sulla presunta follia di Putin

Molti pensatori, dei quali nessuno metterebbe mai in dubbio la saggezza e la ponderatezza, sostengono che oggi esista l’Europa perché è esistito l’Illuminismo. E viceversa. Il pensiero illuminista porta a ragionare sulle cause e sugli effetti delle situazioni, prima di emettere sentenze, e soprattutto celebra costantemente il vecchio motto volteriano in base al quale “non sono d’accordo con quello che dici, ma sono pronto a combattere affinché tu possa continuare a dirlo”. Cerchiamo quindi di intavolare un ragionamento illuminista su quanto sta accadendo in Ucraina, o meglio, nella testa di Putin.

Quando mettiamo una casseruola d’acqua fredda sul fuoco, all’inizio non succede niente. O meglio, sembra che non accada nulla. Intanto le molecole raggiungono la temperatura di reazione, cioè i 100 gradi centigradi, e all’improvviso tutto bolle: un cambiamento di temperatura ha prodotto un cambiamento di stato. Anche il mondo ha appena conosciuto un momento del genere: dal 24 febbraio scorso, cioè da quando la Russia ha invaso l’Ucraina, le relazioni internazionali sono mutate- Il loro stato, è mutato. Relazioni che “entrano in una nuova era”, secondo il cancelliere tedesco Olaf Scholz, e che producono un vero “cambiamento d’epoca” secondo il presidente francese Emmanuel Macron.

Se il mondo traballa, dicono alcuni, è per la follia del presidente della federazione Russa Vladimir Putin; le sue motivazioni militari, dicono, non vanno ricercate nei manuali di geopolitica ma in quelli di psicanalisi.

Del resto, già da tempo il dissidente Alexej Navalny sosteneva che Putin fosse “pazzo da legare”. Tuttavia, il vantaggio degli alienati è che non sono guidati da rivendicazioni di alcun genere, ma da impeti deliranti. In quel caso capire ciò che i matti vogliono dire, a rischio di apparire matti per primi, potrebbe rivelarsi essenziale. E questo basterebbe a mettere in dubbio la reale “pazzia” di Putin.

L’occupazione dell’Ucraina è contraria al diritto internazionale, e nulla giustifica i crimini di guerra che sono stati compiuti. Nessun argomento potrà mai legittimare la trasformazione di Kiev in moneta di scambio tra le grandi potenze, o in capitale gettata nell’ingranaggio militare in cui Mosca vuole trascinare il mondo intero. Ma per uscire da questo conflitto, non sarebbe comunque opportuno conoscerne prima le cause? Oppure è meglio considerare il tutto soltanto uno scivolone nel contorto universo della demenza? Non sarebbe forse più opportuno distogliere lo sguardo dalle bolle impazzite nella pentola e iniziare a chiedersi “da dove vengono le fiamme?”

Già nel 1998 George Kennan, padre della politica del containment, sosteneva che non si sarebbe potuto ottenere alcun allargamento pacifico della NATO senza una propedeutica e approfondita conoscenza della storia russa (e sovietica), a meno che non si volesse andare incontro a una sicura guerra. Dieci anni dopo, nel 2008, l’attuale direttore della CIA William Burns scriveva all’allora segretario di Stato americano Condoleezza Rice che “l’entrata dell’Ucraina nella NATO diventerà la peggiore delle linee rosse al confine con la Russia”. E continuava: “in tutta la mia vita non ho mai incontrato una sola persona che non consideri questo progetto come una sfida diretta lanciata contro gli interessi russi”.

Meno di due mesi fa l’ex ambasciatore degli Stati Uniti in URSS dal 1987 al 1991, Jack Matlock, ha ricordato al Senato americano quanto la pressante spinta dell’amministrazione USA ad accogliere nuovi membri nella NATO fosse sbagliata. “Se il Senato lo approverà – diceva Matlock – ci ricorderemo questa cosa come il più grande errore strategico dalla fine della guerra fredda, perché cercare di sottrarre l’Ucraina all’influenza russa è un impegno tanto stupido quanto pericoloso”.

E possiamo ricordare anche Patrick Buchanan, vecchio candidato repubblicano alle presidenziali americane e autore del profetico “La morte dell’Occidente”, che sosteneva: “Portare la NATO alle porte della Russia significa gettare le basi di un sicuro conflitto nel XXI secolo”. Senza tralasciare, infine, l’osservazione del tanto celebre quanto discusso sociologo Noam Chomsky, per cui “l’idea dell’Ucraina membro di un’alleanza militare occidentale sarà assolutamente inaccettabile agli occhi di non importa quale dirigente russo”.

L’idea dell’esistenza di un sistema occidentale (per alcuni definibile imperialista) non basta ad annullare l’idea altrettanto valida di un evidente imperialismo russo. Ma l’Occidente sembra preferire restare a guardare l’acqua che bolle piuttosto che impedire “il cambiamento d’epoca” in cui sta precipitando.

Ci auguriamo che qualcuno, animato da un forte spirito illuminista o da un sano istinto di autoconservazione, ricordi che per fermare l’ebollizione bisogna o spostare la pentola oppure spegnere le fiamme.