Uno dei fenomeni che da tempo sta corrompendo l’informazione e il dibattito sono i talk show, una formula che ormai è diventata la fonte principale di discussione nelle tv, alimentando anche le discussioni familiari o di piazza e che diventano una ulteriore fonte di imbarbarimento quando sono ripresi e esasperati nei social.
Il dibattito/confronto tra opinioni differenti è sempre stato uno dei momenti principali per l’approfondimento di argomenti e temi riguardanti la vita delle persone; tutti ricordiamo le vecchie e paludate tribune politiche, ma anche i vari programmi di approfondimento che caratterizzavano la tv generalistica degli anni 80/90.
Nelle teche RAI rimane come punto alto di riferimento un incontro/dibattito sul tema degli euromissili, tema allora molto caldo e che ha infiammato le discussioni tra intellettuali, politici e gente comune.
L’incontro vedeva come protagonisti Bettino Craxi, Renato Guttuso; Alberto Arbasino, Giorgio Strehler, Alberto Ronchey e Lucio Dalla.
Personaggi di assoluto valore, con competenze, cultura e opinioni differenti. L’incontro si svolse attraverso una dialettica colta, anche se accessibile, con opinioni ben articolate e con l’ascolto e il rispetto dell’altro.
Questo esempio ci serve per evidenziare la profonda trasformazione di questi dibattiti, divenuti poi talk show scopiazzando come sempre le formule americane.
Due sono i progenitori delle attuali formule: il primo nato con Tangentopoli si chiamava Milano Italia, inizialmente condotto da Gad Lerner si proponeva in quei momenti che caratterizzavano la vita pubblica con un attacco formidabile alla “partitocrazia” e alle istituzioni in generale, di dare voce alle persone comuni, fornendo una platea soprattutto alla indignazione popolare.
Un meccanismo esasperato che metteva in contrapposizione la elite sul palco e la gente in platea in una specie di processo pubblico progenitore di uno vale uno.
Non si può negare che la formula funzionava e che comunque c’era una certa professionalità nella confezione; a Gad Lerner successero poi Gianni Riotta e Enrico Deaglio.
Quel progenitore ha dato poi il via a una serie infinita di format dove viene accentuata e stimolata la veemenza, l’indignazione, l’aggressività, spesso finita in rissa, cavalcando tutte le occasioni di scontento, aizzandole contro quelli che venivano sempre definiti i “poteri forti”, più il format diventa aggressivo più si assicura il successo, questi format spesso diventano quasi caricaturali come nel caso di Fuori dal coro, condotto da Mario Giordano (non a caso cresciuto nella redazione di Milano Italia).
Sono format dove il fine non è quello di informare ma di scandalizzare nel senso etimologico di creare inciampo, si raccolgono spesso pettegolezzi enfatizzandoli fino a diventare realtà, si urla, si schiamazza fino a creare una atmosfera cupa di una società maligna, marcia, dove l’urlo è l’unica risposta. Format che fanno ricordare la famosa frase di Pier Paolo Pasolini “chi si scandalizza è sempre banale, ma, aggiungo è quasi sempre male informato”.
L’altro progenitore è il Maurizio Costanzo Show, in quel caso la scelta degli ospiti era quella di cercare il “mostro”, anche qui in senso etimologico di “prodigio”, dove accanto a personaggi noti dello spettacolo si presentavano personaggi eccentrici, resi famosi per le loro stramberie, chi non ricorda la Sora Lella o lo sconosciuto Sgarbi che diventa improvvisamente famoso per aver augurato la morte al grande critico d’arte Federico Zeri.
Anche in questo caso non si trattava di informazione, ma di spettacolo puro, dove più si usciva dalle righe più si diventava famosi e più cresceva il programma.
Egualmente non mancava la professionalità che cercava un mix fra stramberie e passerelle di personaggi già noti indotti a uscire dalla loro normalità per raccontarci fatti e fattarelli che rendevano brillante la trasmissione, più gossip che che informazione.
Anche in questo caso il format ha dato vita ad una serie di imitazioni dove ciò che li era gestito con un abile mix, viene accentuato e trasfigurato in passerelle di personaggi in cui stramberie e volgarità prendono il sopravvento (uomini e donne, i tronisti, e via discorrendo).
Questi due progenitori hanno poi dato vita ad un ibrido che sono gli attuali talk show politici o di informazione di cui sono pieni i palinsesti delle tv pubbliche e private.
L’esplosione di questi contenitori e la constatazione di quanto siano diventati un monstrum e una “dittatura” l’abbiamo avuta con la pandemia e poi successivamente con la tragedia ucraina.
Durante la pandemia abbiamo avuto una esplosione di talk show dove il principale obiettivo era di presentare opinioni estreme, virologi diventati star televisivi che venivano aizzati più che alla informazione alla rissa, la ricerca esasperata dell’audience (che da anni ha sostituito il gradimento qualitativo) ha portato poi progressivamente a dare spazio a personaggi portatori delle idee più stravaganti e senza alcun fondamento scientifico, in una rincorsa che ha portato ad una confusione informativa fomentando estremismi e creando platee di tifosi pregiudiziali. Una prova devastante per l’informazione, che avrebbe, questa si, giustificato l’espressione di nani e ballerine diventati protagonisti della informazione in uno dei momenti più drammatici per la nostra salute e per la nostra economia.
Ma il momento più basso per l’informazione è l’attuale, con una guerra orribile portatrice di stragi di civili, quando tutti i talk show si sono riempiti di generali in pensioni che fanno previsioni puntualmente smentite dai fatti, da improvvisati esperti di geopolitica che anche in questo caso si smentiscono a vicenda, naturalmente sempre alla esasperata ricerca di audience che ha portato a ricercare la presenza di personaggi che alla ricerca di notorietà alzano il tiro riempendo le serate di portatori di verità contro il “mainstream”, che in questo caso hanno il significato di personaggi complottisti, portatori di idee paleolitiche in cui risuonano gli echi dell’odio per il mondo libero e addirittura accuse agli aggrediti (che ricordiamo sono gli ucraini) accusandoli di resistere troppo e di essere responsabili delle nostre “scomodità”.
Quello che suscita sempre più stupore che questi personaggi che riempiono le nostre serate si atteggiano ad eroi perseguitati, campioni della libertà di informazione.
In entrambi i casi i ragionamenti, il confronto e l’ascolto sono sostituiti dal sensazionalismo e dallo “scandalo” finendo per abbrutire il dibattito. Finendo per essere il sostituto di quello che per i nostri nonni erano le discussioni giocando a carte e bevendo un bicchiere di vino, in linea con la nota definizione di Umberto Eco.
Non a caso i giornalisti sono spesso sostituiti da personaggi televisivi dove la presenza sostituisce la competenza.
Questa riflessione sulla dittatura dei talk show ci porta a riflessioni che investono molti aspetti della nostra vita: ormai stiamo sostituendo i ragionamenti con gli slogan e le sparate, sempre con meno vocaboli e con un impoverimento del linguaggio. Non c’è bisogno di essere linguisti per capire questa forma estrema di involuzione, l’impoverimento del linguaggio porta inevitabilmente ad un impoverimento della capacità di analisi, un abbassamento del livello culturale che si riflette inevitabilmente sulla rappresentanza politica e in generale sulla classe dirigente.
La cosa peggiore è che si scambia il giusto diritto al dubbio e alla analisi critica con il sensazionalismo, il vittimismo e con il complottismo.
Oggi più che mai c’è bisogno di una informazione competente, critica e capace di far crescere la consapevolezza generale, la formula dei talk show mostra tutti i suoi limiti, la tv pubblica ha il dovere di non rincorrere il peggio, ma di tornare ad essere espressione del meglio delle competenze, in questo senso una speranza ce la danno i giovani giornalisti che sul campo in Ucraina ci raccontano i fatti, con crudezza e professionalità, dando una lezione ai nostri opinionisti da salotto.
Alessandro Palumbo
Presidente Centro Studi Morris Ghezzi