Il Fondo

Le elezioni francesi

Primo dato, la crescita dell’astensionismo. A livelli accettabili alle presidenziali (circa il 25%), molto alto ora (più del 50%). Effetto collaterale della preponderanza, sempre più soffocante, esercitata dalla funzione presidenziale su quella governativa e parlamentare; in contrasto, tra l’altro, con gli stessi dettami della costituzione della quinta repubblica.
A votare, le campagne più delle città. E, ancora, fattore, questo, decisivo, più le aree prospere, dinamiche e aperte al mondo esterno: l’ovest, il sudovest e, ancora, la frontiera est Alsazia e Lionese). Meno le zone abbandonate e deindustrializzate del nord e dell’est. E ancora meno le periferie più o meno disastrate a Nord e ad Est di Parigi. Le prime, a favore di Macron. Le seconde, a favore della Le Pen (assieme all’area mediterranea). Le ultime, a sostegno di Mèlènchon.
In parole povere, votano più le persone agiate: quelle che hanno meno da sperare e meno da temere dalla politica. E meno, se non molto meno, quelli che si chiamavano una volta “proletari” e che avevano affidato, nel tempo, proprio alla “politica” (intesa nel senso più ampio e inclusivo del termine) il loro processo di emancipazione. Un fenomeno da tempo presente negli Stati Uniti e che, in tempi recenti, si è esteso non solo alla Francia ma anche all’Italia. A segnare la progressiva perdita di quella speranza nel futuro, da sempre al centro del messaggio socialista.
Nello specifico, è stato proprio stato l’astensionismo a minare alla base il “programma massimo” dello stesso Mèlènchon. Quello di una battaglia aperta per la presidenza; perché sarebbe bastata una affluenza appena appena normale per farlo arrivare al secondo turno delle presidenziali. Mentre l’ulteriore drammatica crescita del non-voto alle politiche “stava a significare”che il suo progetto di rivincita, leggi la conquista della maggioranza assoluta o almeno relativa all’assemblea nazionale, non aveva mobilitato il suo elettorato. E non perché fosse “estremista” come vanno cianciando gli esponenti nostrani della “sinistra che si contenta”. Perché era, in ogni suo aspetto, il programma di qualsiasi socialdemocrazia che si rispetti; magari con qualche sottolineatura in più sul piano istituzionale e dei rapporti con Bruxelles. Il fatto è che, all’indomani delle presidenziali, il popolo di sinistra, non credeva nella vittoria. Mentre, a mobilitarlo era l’antimacronismo; leggi il desiderio di contrapporsi frontalmente con una presidenza percepita, correttamente, al servizio del patronato e del privilegio. Un sentimento condiviso, per inciso, sul fronte opposto, da Marine Le Pen; questo , privo di connotati di classe e concentrato sull’odio verso le èlites: sovranazionali e caratterizzate dal “pensiero unico2e dal disprezzo verso il popolo.
Per Mèlenchon e lo schieramento di cui era espressione e guida, una battuta d’arresto. Ma non una sconfitta. Diciamo l’inizio di un nuovo percorso. E il dato su cui riflettere non è lo spazio elettorale della sinistra (sui livelli del 2017) ma la sua natura. Non più l’articolazione in varie sigle, ognuna separata dall’altra; ma la loro convergenza intorno ad un programma comune. E, soprattutto, l’arrivo all’Assemblea di un personale politico giovane, espressione della sua gente, dei suoi mestieri e delle sue lotte (dai braccianti, agli operai, alle cameriere d’albergo) . ME pronto a contrastare attivamente, sulle cose, Macron e le sue politiche.
Su questa stessa linea, anche se contenuti sostanzialmente diversi, la destra lepenista. Questa premiata da un voto che ha portato la sua rappresentanza in parlamento da meno di dieci a quasi novanta deputati. E dopo una campagna elettorale volutamente condotta in tono minore.
In questo, Marine è stata, in definitiva, avvantaggiata dalla comparsa sulla scena di Zemmour. Un boato all’inizio (17% nei sondaggi a dicembre, folle adoranti ai suoi comizi, intellettuali in deliquio). Un sussurro alla fine (eliminato al primo turno in un seggio blindato). Un avversario che ha ostentatamente ignorato; consapevole del fatto che il suo estremismo dai tratti fascistoidi avrebbe valorizzato la sua moderazione. Determinando così, in linea di principio e, più ancora, di fatto, la fine dello “sbarramento repubblicano” sinora praticato nei suoi confronti e, conseguentemente, del suo isolamento. Testimoniata dal fatto che il Rassemblement risulta vincente in poco meno della metà dei ballottaggi in cui è presente al secondo turno. All’interno di un blocco di destra di pari forza rispetto a quello di sinistra.

Si è, dunque, votato contro Macron. Disegno coronato da successo. Per lui una battuta d’arresto. Che per un personaggio estremamente ambizioso- al punto di voler determinare una rottura del quadro esistente e consolidato nel tempo, sia sul piano interno sia, e ancor più, su quello internazionale – equivale a una disfatta. Probabilmente definitiva.
Cinque anni fa, il Nostro aveva dedicato tutte le sue energie alla politica interna. Approfittando di una circostanza irripetibile: il suicidio dei socialisti e della destra repubblicana che gli aveva spalancate le porte. Mentre il contesto internazionale appariva relativamente tranquillo. Oggi, invece, la finestra di opportunità interna si è chiusa; mentre l’Europa rischia di essere la vittima principale di una crisi sempre più incontrollabile
La sua condotta sarà , dunque, molto diversa da quella tenuta nell’ultimo quinquennio. Allora pensò di poter sfruttare una vittoria legata più all’uscita dal campo della famiglia socialista e repubblicana che alla forza vincente del suo messaggio, per attuare un cambiamento radicale non solo politico ma anche economico e sociale e sociale della società francese. E questo, d’autorità: giusto, anzi doveroso, spiegare al popolo le ragioni di questa o quella decisione. Ma discuterne prima, magari imparando ad ascoltare gli altri, questo no. Senza contare il fatto che le ricette di Macron, come quelle di Blair e della nostra seconda repubblica non erano affatto neutrali; non foss’altro perché garantivano ai deboli sostegni individuali e non diritti collettivi. E in contesto in cui le vacche diventavano sempre più magre.
Oggi, tutte le attenzioni del Presidente sembrano riservate alla politica estera. Uno spazio in cui ci si può muovere liberamente; ma alla sola condizione di non avere grane al proprio interno. Ed è allora che (scartata la strada quanto meno avventurista di ritorno alle urne; e conservata nel cassetto la linea berlusconiana dell’acquisizione, magari costosa, di “responsabili”), la parola d’ordine è “dialogo”. Con tutti e su tutto.
Staremo a vedere. Con una constatazione e una previsione. La prima è che il “sovranismo/populista è più vivo che mai. La seconda è che sarà più facile assecondare la destra sul terreno dell’ordine e della sicurezza che la sinistra sul piano della lotta alle disuguaglianze…