Abbiamo letto con commozione il ricordo di Giorgio Ambrosoli scritto da Walter Veltroni sul Corriere della Sera di lunedì 1 agosto 2022: un patriota, di fede monarchica, che si è sacrificato per sanare le malefatte bancarie-finanziarie della Repubblica!
Mi ha avvilito tuttavia la generalizzazione che Veltroni tende a proporre del sistema repubblicano durante la cosiddetta prima Repubblica: definire “tempo bavoso” quel periodo è improprio, irridere chi ne ha nostalgia anche. Ci sono state grandi malefatte, ma soprattutto grandi conquiste sociali e civili. Ho da poco finito di leggere due saggi istruttivi al proposito: “Una volta il futuro era migliore” di Sabino Cassese (Solferino, 2021) e “Elogio della Prima Repubblica” di Stefano Passigli (La nave di Teseo, 2021). Contengono ambedue critiche a quel periodo, ma il giudizio complessivo – come si comprende subito dal titolo dei due saggi – resta positivo. Considerare la storia repubblicana una successione implacabile di misfatti non giova alla memoria e all’onore di chi si distinse per opporsi alle cadute insite in ogni sistema e tanto si è battuto per correggere quelle piaghe apertesi in un sistema che si è comunque dimostrato migliore di altri, non solo sul piano democratico ma anche economico-finanziario. Merita ancora riascoltare uno dei maggiori storici economici internazionali, Carlo M. Cipolla, che ha riportato questo conciso giudizio in un libro accessibile a tutti intitolato “Storia facile dell’economia italiana dal Medioevo ad oggi” (Mondadori-Il Sole 24 Ore): «Il bilancio economico del quarantennio postbellico è, in termini quantitativi, a dir poco lusinghiero. Certo, nulla di simile era stato – anche lontanamente – nelle speranze dei padri della Repubblica. Un reddito nazionale cresciuto di circa cinque volte dal 1950 al 1990 colloca l’Italia fra i Paesi a più elevato tenore di vita nel mondo».