Opinioni e commenti

Governo o primato?

Diverse volte ho cercato di porre l’attenzione sull’esigenza che con la nascita del governo Draghi si era aperta prepotentemente per la politica italiana.
L’esigenza cioè di un salto di qualità che facesse cessare la costruzione di alleanze elettorali con l’unico obiettivo di sconfiggere l’avversario.
E’ la storia del bipolarismo artefatto di questo trentennio. Se, per un verso, il centrodestra, è stato percepito come una coalizione basata su un progetto, e potremmo discutere nel merito trovando le ragioni della distonia tra percezione e realtà, ciò che invece ha sempre caratterizzato il centrosinistra è il prevalere di alleanze sempre e comunque in chiave anti centrodestra.
Forse l’unica eccezione è possibile riscontrarla nell’alleanza dell’Ulivo del 1996.
Insomma, le debolezze della politica alla base della nascita del governo Draghi, potevano trovare una soluzione consentendo ai partiti di dedicarsi alla costruzione di consenso sulla base di proposte di sviluppo e visione.
L’eredità di Zingaretti nel PD, che aveva assunto Conte del M5S come “massimo rappresentante dei progressisti” (!!!) ed il governo Conte II come il governo emblema del riformismo italiano, ha avvelenato i rapporti politici fino alla crisi di governo del 20 luglio scorso.
In questo quadro Letta ha cercato di barcamenarsi tra le molteplici ambiguità e pochezze di un Movimento populista e qualunquista, privo di una cultura di governo, ed attraversato da posizioni opache, e mai chiarite, in politica estera, nei rapporti con la Russia e sulla guerra all’Ucraina. Guerra su cui Letta di contro ha dato ampia dimostrazione di coerenza e fermezza tenendo fermo il baricentro dell’appoggio all’Ucraina senza tentennamenti. Di ciò gli va dato atto seriamente.
Era chiaro che questa alleanza, quindi, rispondeva all’esigenza di vincere numericamente il confronto elettorale col centrodestra data da tempo in vantaggio in tutti i sondaggi. Non avrebbe garantito la possibilità di governare.
Il precipitare della situazione il 20 luglio, con il comportamento coerentemente scellerato ed irresponsabile di Conte e del M5S, avallato dalle convenienze elettorali della Lega e della sua costola centrista Forza Italia, ha sconvolto il quadro politico, dando l’opportunità a Letta di assumere, anche in questa occasione, una posizione decisa e coerente di rifiuto di una qualunque alleanza col M5S, all’insegna di una politica “concreta, riformista e del fare” incarnata da Mario Draghi.
Letta insomma, si apprestava ad opporre al centrodestra, tornato artificialmente unito, una proposta di governo rinunciando ad imbarcare chi, come il M5S, solo numericamente dava garanzia di contendere efficacemente la vittoria elettorale. In questo trovava una logica conseguenza la lista proposta a PSI, Articolo 1 e Demos con riferimento al PSE.
L’accordo con Azione di Calenda (ma inspiegabilmente non con Renzi, dando adito a pensare a ritorsioni più che ad una visione politica!) completava questo orizzonte: una proposta di governo che nel metodo e nella sostanza dell’azione di Draghi, trovava concretezza e prospettiva.
In questo quadro organico e di prospettiva, la scelta tecnico-tattica del PSI, di essere nella lista del PD come descritta, assumeva i connotati di accettabilità politica visto che insieme, ognuno col proprio realistico peso, si rendeva protagonista della costruzione di una visione di Paese che aveva una bussola chiara sia in termini di politica estera che economica e sociale. Tutti, cioè, erano parte di un insieme condiviso e naturale. Che si proponeva per governare e non contro qualcuno!
L’ambiguità è come la Fenice! Accanto all’alleanza di governo con Calenda, Letta ha proposto una alleanza elettorale con Verdi e Sinistra Italiana. Due forze politiche che erano all’opposizione del governo Draghi e che sulla politica estera hanno evidenziato una posizione antitetica a quella efficacemente rappresentata ufficialmente da Enrico Letta.
Ovvero si ripropone una alleanza numerica, messa in piedi col solo obiettivo di essere contro la destra. Dejà vu!
Il paradosso di questa ambiguità è esploso con la rottura dell’alleanza da parte di Calenda.
Tralasciamo giudizi sul soggetto e rimaniamo alla sostanza politica. Se alleanza di governo doveva essere, se il discrimine della caduta di governo era fondamentale per costruire alleanze di governo, perché riproporre la logica “del tutti contro la destra”? E perché allora escludere M5S?
L’impressione è che per il PD trovi piena applicazione il concetto ben espresso da Galli della Loggia sul Corriere della Sera del 11 agosto 2022: “Dopo essere stato costretto dalla storia a spogliarsi della sua antica anima comunista esso aveva un solo modo di essere un partito di sinistra: diventare un partito socialdemocratico a tutti gli effetti. Tuttavia, vuoi perché ossessionato dal mito della propria congenita «diversità», vuoi per un effetto duro a morire dell’antico odio leninista, vuoi forse per non dover ammettere di essere il frutto di un abbaglio storico di portata catastrofica, evitò accuratamente quella scelta. Si convinse invece che per restare un partito, anzi il partito, della sinistra bastassero tre ingredienti: rappresentare una scialuppa di salvataggio per tutti i naufraghi del centro sinistra della prima Repubblica, in primis per i cosiddetti «cattolici democratici», avere un nemico a destra da delegittimare in perpetuo come «minaccia fascista» e infine non avere nemici a sinistra.”

Siamo ancora qui!

 

Ed il PSI?

Al nostro congresso di metà luglio, abbiamo messo in campo la possibilità di una alleanza col Pd, con Articolo 1 e con Demos, con riferimento il Partito del Socialismo Europeo, nel quadro sopra descritto. Anche se per la verità abbiamo lasciato spazio ad altre possibilità come la costruzione di un polo laico e riformista ancorato al centrosinistra e quella di presentare anche il nostro simbolo.
Il precipitare della situazione ha fatto propendere subito per la presentazione della lista fra PD, Articolo 1, Demos e PSI nel segno del PSE. L’accordo con Calenda poi dava concretezza al quadro di prospettiva disegnato.
Il “risorgere della fenice”, con l’incedere ambiguo di Letta, fa di questo quadro di prospettiva per il governo del Paese una vittima significativa. Oggi rimane in campo solo una alleanza elettorale “contro la destra”. Con un di più dichiarato, ovvero portare il PD ad essere il primo partito italiano.
Quindi i socialisti in questa partita, che hanno rinunciato al proprio simbolo, si troveranno ad essere, o meno, artefici del conseguimento di questo primato del PD!
Mi scuserete se non riseco a capire il senso politico di questa operazione e l’interesse del PSI a perseguirlo!
Ci riduciamo ad essere parte di un ipotetico “primato del PD” senza visione di governo, visto che appare chiaro a tutti che questa alleanza con Fratoianni e Bonelli, peraltro solo elettorale come dichiarato da Letta, non si propone di governare il Paese e non lo potrà fare numericamente.
Però la fenice è sempre “in agguato” e già si ipotizzano i potenziali partner di una alleanza post elettorale!
E qui si chiude il cerchio del ragionamento di Galli della Loggia, che trova conferma, nella dichiarazione al Corriere della Sera del 11 agosto, dell’eminenza grigia del PD Goffredo Bettini: “Con il M5S dopo il voto? Il bello della politica è la sua imprevedibilità”.
Ciò che è uscito dalla porta ce lo ritroviamo per il dopo elezioni. Ovvero un rapporto “ancora strategico” col M5S. D’altronde non è ignoto che Boccia, oltre Bettini, ma anche Orlando ed una significativa parte del PD si sentano “orfani” del rapporto strategico con Conte, come è palese, e non è un caso, che Fratoianni continui a parlare insistentemente di un rapporto con M5S da recuperare addirittura prima del voto.
Alla fine della fiera, abortito il progetto di governo, annacquato il rapporto ideale di espressione del PSE, ridotto al conseguimento del primato, avremo un quadro in cui l’inaffidabilità oggettiva del centrodestra rimarrà in capo completamente al centrosinistra (ma potremo ancora definirlo centrosinistra??), con buona pace del “sereno” Letta!
Come socialisti passeremo dall’essere una parte del progetto di governo, al garantire il primato del PD. Onestamente dopo aver salvato la struttura PSI dopo tangentopoli ed avere fatto varie scelte coerenti con l’obiettivo della sopravvivenza, ritenevo che oggi ci fossero le condizioni per mettere a frutto i nostri valori, i nostri ideali e la nostra gloriosa storia per una visione di Paese. Mi sembra riduttivo oggi essere il protagonista dell’affermazione del primato del PD. Lo dico con tutto il rispetto e considerando legittimo per il PD aspirare al primato. Ma ritengo altresì logico affermare che in un colpo solo si è concretizzata silenziosamente la vecchia “autosufficienza” del PD di veltroniana memoria!
Ai posteri l’ardua sentenza, io spero di sbagliarmi!!

 

Aldo Repeti