Jacques Rupnik, politologo, storico e direttore del Centro di ricerche internazionali di Parigi, insegna all’Istituto francese di Scienze politiche e ancora ama vivere buona parte dell’anno a Praga, dove è nato nel 1950.
Ha appena curato la premessa del nuovo libro di Milan Kundera, “Un occidente prigioniero” edito in Italia da Adelphi, e in questi giorni ne promuove la pubblicazione viaggiando per l’Europa (la sua amata Europa).
Martedì 13 settembre lo ha fatto al Circolo dei Lettori di Torino, dove ha tenuto una lectio magistralis sui fondamenti e i limiti dell’Europa. Appunto.
Il libro contiene due testi, finora difficilmente reperibili in italiano; il primo riprende il discorso di Milan Kundera al IV Congresso degli scrittori centroeuropei del 1967, e il secondo riporta uno dei suoi più noti interventi pubblicistici, quello dedicato alle conseguenze di ciò che lo scrittore cecoslovacco chiamava “ratto dell’Occidente”. Si tratta, quindi, della riedizione di un testo fin da subito tradotto in molte lingue, che ebbe gran fama nella seconda metà degli Anni ’80 e ha contribuito, come proprio Jacques Rupnik sottolinea, “a rimodellare la mappa mentale dell’Europa”. Un testo che torna particolarmente attuale, mentre gli ucraini ancora lottano per la propria indipendenza. Rupnik, infatti, esordisce sottolineando che siamo tornati al cospetto del senso generale del tragico e della violenza, fantasmi risvegliati dall’attacco russo all’Ucraina, e questo deve farci riflettere con nuovi strumenti sulla condizione dell’Europa Centrale.
Milan Kundera sosteneva che “i paesi centroeuropei sono culturalmente a Ovest, politicamente a Est e geograficamente al Centro”, e questo fa sì che la minaccia percepita a Praga, Tallin o Varsavia sia sempre ben più intensa di quanto non lo sia a Berlino, Roma o Madrid. L’occupazione russa di quei territori dopo la Seconda Guerra Mondiale non è stata solo l’imposizione di una forma di regime (quello sovietico) ma il tentativo di radicare un’altra forma di civilizzazione delle genti. Tentativo che già negli Anni ’70 Kundera non definiva nè meglio nè peggio rispetto al modello occidentale, ma semplicemente “altro”. Se nel 1948, però, l’Europa centrale “sopportava un passato russo e un “presente sovietico”, oggi i termini della questione sembrano essersi ribaltati, e tutti assistiamo al revival di un passato sovietico in un fin troppo invadente presente russo – dice Rupnik.
Perché se il sogno di Gorbacev di una Casa Comune Europea è ormai svanito, oggi Putin continua a voler affermare la Russia come modello che si dissocia profondamente da tutto ciò che è Occidente, ritenuto decadente, dissoluto e quindi pericoloso. La Russia ortodossa si propone al mondo come modello diverso da quello di un’Europa senza futuro, con buona pace di Fukuyama che negli Anni ’90 proclamava, nel suo celebre saggio “Clash of civilizations”, che non ci sarebbe mai più stata alcuna alternativa al vittorioso modello liberale occidentale. Rupnik invece confuta quel trionfalismo occidentalista e scredita quel Fukuyama che tanto acclamato fu dai governanti europei e statunitensi, perché alla luce dei fatti oggi la Russia sta creando una nuova profonda rottura di civilizzazione, e si propone come nuovo modello culturale, che travalica i termini politici ed economici della questione per andare al centro del problema sociale in sè per sè.
Bisogna comprendere, suggerisce appassionatamente Rupnik, che in Russia è lo Stato che forma la società a propria immagine, da sempre, mentre per l’Occidente è vero l’esatto contrario. E lo storico ceco rincara la dose con un’aperta accusa agli intellettuali russi: “Dove sono gli scrittori russi? Qualcuno ha sentito la loro voce, da febbraio a oggi, per provare a ristabilire la pace?”.
Le tante piccole o grandi nazioni dell’Europa Centrale sono sempre sopravvissute attuando una strenua resistenza nei confronti degli imperi che nei secoli hanno provato a sopraffarle: quello ottomano, quello austroungarico, e quello russo. Hanno resistito grazie alla cultura, alla letteratura e al senso di costante precarietà che ha portato quei popoli a non dare mai la propria esistenza per scontata. Lo stesso Kundera si chiedeva se valesse davvero la pena ostinarsi a scrivere in ungherese, in sloveno o in polacco piuttosto che soccombere allo strapotere della lingua tedesca, così aulica e prestigiosa: la sua risposta è sempre stata affermativa, perchè per Kundera continuare a scrivere nelle lingue tipiche dei paesi centroeuropei significava arricchire culturalmente l’intera Europa e, al contempo, riuscire a traghettare l’uomo dal particolare all’universale. Una riflessione contingente che Rupnik torna oggi a sostenere con veemenza: “la pluralità è il vero tesoro culturale dell’Europa” – sostiene il saggista – “questa realtà geografica dove il massimo della divisione convive nel minimo dello spazio”. Ecco perchè, dunque, il solo destino possibile dell’Europa (e degli europei) è la cultura. “Il destino del Centro Europa e dell’Europa tutta non può essere deciso dai carriarmati” – avverte Rupnik – “La stessa parola Ucraina significa Frontiera, ma non sono le armi a doverne determinare i confini. Sono gli ucraini a dover decidere se propendere verso Ovest o verso Est, ma devono farlo liberamente, in autonomia, e senza l’ingerenza dei soldati russi”. E oggi come allora, la chiamata di Kundera alla resistenza vuole che siano gli intellettuali a farsi carico di questa responsabilità, proprio come scriveva nel 1968: “L’uomo risponde della propria ignoranza”. La storia, ancora una volta, deciderà in merito.
Rupnik e Kundera: l’insostenibile pesantezza della Russia