Opinioni e commenti

Russia: la ruggine delle sanzioni a doppio taglio

I governanti europei sostengono imperterriti che la guerra economica e finanziaria totale lanciata contro Mosca sia una passeggiata di salute. Ma sei mesi dopo il lancio della prima tranche di sanzioni occidentali, l’economia russa accusa il colpo ma l’affondamento non è mai avvenuto. La Banca Mondiale parla di una caduta del PIL globale pari al 4%. A questo ritmo la ricchezza della Russia è ben lontana dall’essere spaccata, contrariamente a quanto si era annunciato lo scorso 26 marzo a Varsavia davanti ad un entusiasta Biden.

Da parte sua l’Unione Europea affronta un’inflazione a due cifre guidata dallo stratosferico prezzo dell’energia. A fine settembre la Francia ha deciso di sbloccare l’equivalente dell’intero budget destinato all’educazione nazionale per finanziare invece le misure di sostegno al potere d’acquisto dei suoi cittadini. Berlino ha invece pensato bene di triplicare le rimesse con un piano di salvaguardia dell’industria per complessivi 200 miliardi d’euro. Per impedire una nuova crisi delle imprese, toccate da un’inflazione che supera il 20%, il Parlamento lituano ha accelerato l’adozione del budget per l’anno 2023 sforando del 6% del PIL il totale degli aiuti economici promessi. Considerando poi la vendita delle armi e l’aiuto finanziario generale a Kiev, il Fondo Monetario Internazionale calcola che siano necessari 7 miliardi di dollari al mese per far girare la sua gestione integrale. Intanto, tutti i settori già aggravati dalle perturbazioni successive alla pandemia (industria chimica, siderurgica, cartiera e olearia) hanno ridotto o fermato le loro produzioni. Come se non bastasse, alcuni gruppi industriali hanno annunciato di dover delocalizzare la produzione in Vietnam o nel Maghreb. A tal proposito, circa sessanta industrie tedesche (tra cui Lufthansa, Aldi, Fresenius e Siemens) stanno per spostarsi in Okhlahoma, territorio il cui governatore promette agli investitori notevoli vantaggi rispetto a quelli garantiti da altre regioni.

Secondo un’inchiesta del Financial Times, la cui trasparenza e correttezza è tuttora al vaglio degli analisti, l’amministrazione Biden ha trascorso dalle 10 alle 15 ore settimanali a telefono o in videoconferenza con l’Unione Europea e con i suoi singoli stati membri tra il novembre 2021 e il febbraio 2022, data dell’invasione russa in Ucraina, proprio al fine di elaborare un pacchetto di sanzioni da adottare in caso di un’imminente guerra.

Gli alleati transatlantici si sono anche accordati per una strategia globale di rappresaglie finanziarie massicce. L’esclusione di sette banche russe dal sistema Swift ha prodotto il gelo, insieme alla requisizione della metà delle riserve internazionali della Banca Centrale Russa: si è trattato di circa 300 miliardi di euro destinati a paralizzare qualunque salvataggio del rublo. Eppure, contro tutte le aspettative, il sistema bancario russo ad oggi resiste.

Lo scorso aprile il direttore del centro energia dell’Istituto Delors dichiarò che Vladimir Putin non avesse più denaro per fare la guerra, ma in realtà l’embargo energetico adottato e completato a maggio gli ha invece riempito le tasche. L’innalzamento dei prezzi compensa la tassazione elevata di ogni volume di merce esportato; tralasciando il petrolio, Mosca sta raccogliendo nel 2022 venti miliardi di dollari in media al mese, contro i 14 miliardi di dollari che raccoglieva nel 2021. Morale? Piuttosto che essere esangue, la Russia oggi naviga nella liquidità. Di certo, tuttavia, l’effetto boomerang delle sanzioni ha accentuato le tensioni in Europa. Per salvare la sua industria Berlino si sta massicciamente indebitando, contrariamente a Italia e Grecia, e questo provoca grosse tensioni nella zona euro. Pechino esita a rallentare l’embargo sulle tecnologie occidentali, a rischio di esporsi alle rappresaglie americane, e il capo della diplomazia europea Josep Borrell ha già più volte richiamato tutti i membri UE alla generale “pazienza strategica”.

Anche l’India, nonostante il suo riavvicinamento a Washington, a causa della sua rivalità contro la Cina ha aumentato il tradizione volume dei suoi acquisti di armi, a fronte delle richieste di petrolio russo. L’Arabia Saudita si è alleata con la Russia all’interno dell’organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, per sabotare l’iniziativa di calmieramento del prezzo del greggio. Il cartello dell’OLP ha deciso di tagliare i baffi a Washington sulla produzione di petrolio, contrariamente alla minaccia di Biden a Riad nel luglio scorso, quando ventilò conseguenze nefaste per tutti gli associati in disaccordo.

A causa dei paesi non allineati a Washington le vie di superamento delle restrizioni si moltiplicano, e questo rende l’obiettivo di isolare il Cremlino del tutto illusorio. Persino il neo eletto presidente brasiliano Bolsonaro ha da poco dichiarato: “Noi non pensiamo affatto che la miglior strada sia l’adozione delle sanzioni unilaterali, perché sono contrarie al diritto internazionale”. Il presidente senegalese Macky Sall ha richiamato gli occidentali a escludere almeno il settore alimentare dal perimetro delle loro sanzioni, perché questo crea serie minacce alla sussistenza dell’intero continente africano. Intanto, circa 20 milioni di afghani sono davanti ad una profonda crisi alimentare che perdura dall’ultimo attacco americano. Le sanzioni avranno quindi salvato molte vite ucraine, ma altrove altri muoiono già.