Cultura

Taiwan, l’isola che non conosciamo. Intervista a Stefano Pelaggi

È strano che la sinistra italiana si appassioni raramente alle sorti dell’isola di Taiwan. Quest’ultima, infatti, presenta numerosi motivi d’interesse per chiunque si occupi di lotta all’oppressione, autodeterminazione dei popoli, diritti civili. È un Paese che ha portato avanti una riflessione sul tema della libertà che colpisce per la sua originalità e complessità. Ciò emerge con chiarezza nell’ultimo lavoro di Stefano Pelaggi, “L’isola sospesa. Taiwan e gli equilibri del mondo”, edito per i tipi di Luiss University Press. Pelaggi, massimo esperto italiano di storia e geopolitica taiwanese, docente presso il Dipartimento di Storia dell’Università di Roma “La Sapienza”, ci presenta un ritratto dell’isola di Formosa estraneo a qualsiasi paradigma rigido, a qualsiasi schema dogmatico. Taiwan non è la “provincia ribelle”, né una Cina conservatrice, ma un Paese autonomo e animato da un vivace dibattito infraculturale, di cui l’autore dà conto con precisione. In una ricostruzione che parte dalle prime forme di civilizzazione, risalenti al 4000 a.C., e attraversa i vari domini coloniali, Pelaggi si sofferma sulle dinamiche materiali, sulla dialettica storica che ha portato i taiwanesi ad esprimere una coscienza comune, maturando un’identità culturale che si fonda soprattutto su un forte senso di emancipazione, di rifiuto dell’autocrazia. È quello che l’autore, riprendendo Habermas, definisce “patriottismo costituzionale”: il pluralismo si trasforma in qualche modo nel collante di un’inedita idea di nazione. Con Pelaggi ci siamo addentrati in alcuni dei nuclei fondanti di questo percorso.

Com’è nata l’idea di scrivere questo libro?

L’idea nasce dalla volontà di fornire uno strumento per accostarsi alla storia di Taiwan, poiché l’ultimo volume sul tema risaliva a oltre vent’anni fa. Mi sembrava importante raccontare la storia dell’isola dalla prospettiva dei suoi abitanti, di tutti coloro che negli ultimi decenni hanno scelto di chiamarsi taiwanesi.

 

L’attualità impone una domanda sulle recenti esercitazioni della Cina intorno a Taiwan. Secondo lei l’eventualità di una guerra è ora diventata concreta?

Secondo me siamo ancora lontani da venti di guerra. Vero è che la propaganda nella Repubblica Popolare Cinese ha raggiunto livelli davvero incredibili. A cosa porterà questa propaganda? Da qualche parte qualcosa certamente dovrà accadere. Credo che la principale intenzione della RPC sia di definire una nuova normalità. Negli ultimi tre anni il numero di incursioni aeree e navali, di azioni coercitive nei confronti di Taiwan è aumentato a dismisura. Similmente a quanto avviene per il controllo del mar Cinese meridionale, la RPC sta di fatto imponendo una nuova cornice. Taiwan è sempre più al centro della contesa fra Stati Uniti e RPC e appare anche come un elemento essenziale del progetto revisionistico cinese: come può un attore che aspira a diventare un egemone globale permettere la presenza di quello che esso ritiene un territorio conteso? Taiwan è, per la Cina, una questione irrisolta, un tassello cruciale per il compimento della nazione cinese.

Il volume si sofferma molto sul modo attraverso cui è andata formandosi l’identità taiwanese.

Mi sembrava importante occuparmene anche per analizzare le pretese della RPC, che si collocano sul piano storico. Le ragioni storiche non possono essere il motore di eventi bellici, ma vanno ricordate perché sono spesso misconosciute. Taiwan aveva una composizione etnica, linguistica e culturale estremamente frammentata. Al suo interno diversi gruppi etnici e linguistici hanno vissuto per secoli con pochi contatti gli uni con gli altri. Dove sono avvenuti processi di uniformazione, erano processi di colonizzazione: prima del Giappone, poi del regime del Kuomintang che ha introdotto un nuovo percorso di sinizzazione. La scoperta di essere taiwanesi avviene dunque soprattutto attraverso gli occhi dell’altro. Attraverso questo sguardo esterno gli abitanti dell’isola – che erano giunti lì ad esempio fuggendo da carestie o repressioni – decidono di costruire un’identità che in modo inedito si configura anche attraverso la rappresentazione politica: il tema della democrazia è infatti parte integrante dell’essere taiwanesi. In nessun altro luogo, probabilmente, assistiamo a questa dinamica. È questo il confine invalicabile, il vero e proprio muro che divide i due lati dello Stretto.

Dal libro emerge anche un aspetto poco noto dell’identità taiwanese: i taiwanesi sanno ribellarsi, sanno contrapporsi al sistema. Ad esempio nel 1979, con gli scontri di Kaohsiung, o nel 2014, con il Movimento dei Girasoli. La vulgata spesso attribuisce loro una mentalità ispirata a una lettura conformistica del confucianesimo, fondata sulla sottomissione alle regole. Invece sono molto diversi…

È questa una dimensione importante, presente anche in altre regioni dell’Asia orientale: il processo di democratizzazione in Corea del Sud ne è forse l’esempio più drammatico. Il “Sunflower Movement” ha cambiato in modo radicale la politica e l’attivismo nell’intera regione. Le proteste di Hong Kong, quelle in Myanmar, quelle in Thailandia hanno fatto tutte riferimento a questo incredibile movimento di base che, cominciando con poche centinaia di persone, ha conquistato un consenso molto grande nella società taiwanese. Esso ha generato un mutamento profondo sia nel modo di accostarsi all’identità taiwanese che alla RPC. Il mondo intero, Stati Uniti in primis, guardavano con estremo favore al percorso di avvicinamento economico che stava avvenendo tra Taiwan e la RPC, che era il chiaro preludio a una cooperazione anche politica sempre più stretta. Gli imprenditori taiwanesi avevano tratto grandissimo beneficio dall’interscambio economico con la Cina, e questa situazione appariva loro estremamente vantaggiosa. È allora che un gruppo di giovani, coadiuvati dalla generazione precedente che aveva guidato il cosiddetto “Strawberry Movement”, ha di fatto scardinato un processo che sembrava avviato e veniva dato per scontato dalle cancellerie del mondo intero, da tutti gli osservatori internazionali. Lo “Strawberry Movement” aveva subìto una fase di riflusso e aveva trovato espressione in movimenti di base legati alla tutela dell’ambiente, alla lotta contro i processi di urbanizzazione forzata, contro l’estrema militarizzazione di una parte della società. Dopo circa otto, nove anni è riuscito a trovare una sua proiezione e a confluire nel Movimento dei Girasoli. Quest’ultimo ha saputo come incidere sui media e quando interrompere la protesta, ha tentato di entrare in politica – con successo abbastanza scarso – ma ha avuto nel complesso un’influenza enorme.

Il New Power Party, l’espressione partitica del Movimento dei Girasoli, è un soggetto minoritario ma interessante nel panorama politico taiwanese.

Purtroppo la politica taiwanese ruota ancora intorno a due partiti: c’è una divisione netta tra il partito nazionalista – il Kuomintang – e il Democratic Progressive Party. È molto difficile pensare all’arrivo di un terzo polo alle prossime elezioni o nell’immediato futuro. In realtà nel panorama politico taiwanese ci sono numerose presenze anche importanti, ad esempio i partiti ecologisti che hanno segnato degli importanti risultati e garantito un avanzamento del discorso politico. Se uno di questi partiti riesce a ottenere il 6% o il 7% alle elezioni, le sue istanze vengono in qualche modo prese in carico da uno dei due partiti maggioritari.
Il percorso del “Sunflower Movement” nella politica taiwanese è stato segnato da una sorta di rinuncia. Le vittorie del Democratic Progressive Party e del Kuomintang negli anni precedenti avevano sofferto anche una certa dispersione dei voti e si voleva che ciò non accadesse più, anche in relazione allo spettro della Cina che arrivava. È un assetto che non potrà cambiare nel brevissimo termine, anche se ci sono situazioni che possono evolvere. La partecipazione politica a Taiwan è davvero intensa: è il Paese con il più alto numero di radio che si occupano esclusivamente di politica, ci sono tantissime tv anche locali, private, c’è il più alto numero di camioncini che in tutto il Paese seguono le notizie. Si tratta di una dinamica assolutamente inedita nella regione, poiché anche democrazie consolidate come quella sudcoreana o giapponese non vantano una simile partecipazione.

Nel libro si descrive anche la curiosa situazione per cui il Kuomintang, il partito che combatté contro Mao e che trasferì a Taiwan la Repubblica di Cina, si è spostato nel tempo su posizioni più affini alle istanze della RPC, in contrapposizione al Democratic Progressive Party che invece rivendica con maggiore radicalità l’alterità di Taiwan rispetto a Pechino. Che cosa è avvenuto nel Kuomintang?

È una questione piuttosto complessa da spiegare, anche per gli stessi taiwanesi. Il Kuomintang, fondato nel 1912 da Sun Yat-sen, è il partito che ha generato la modernità nel continente cinese. Esso è, non dobbiamo dimenticarlo, un partito stalinista, paragonabile come struttura, come approccio, ad esempio al Partito Comunista Cinese. È anche il partito che con Chiang Ching-kuo, il figlio di Chiang Kai-shek, ha avviato internamente il processo di democratizzazione di Taiwan. Questa è un’altra grande novità: specialmente nella regione, Taiwan è l’unico Paese che diventa democratico in modo così rapido, senza mai esserlo stato prima – un’eccezione potrebbe essere la Mongolia, ma ci sono dei dubbi su quanto essa corrisponda alla definizione che diamo di democrazia. Quando Chiang Ching-kuo apre alla democrazia, l’esistenza di Taiwan è in bilico. A Washington nessuno ne può più di quello che allora è uno stato proto-fascista sulle coste del Pacifico. Il processo di democratizzazione nasce innanzi tutto per garantirne la sopravvivenza, e quella del suo gruppo di potere. Per portare avanti questo processo il Kuomintang sceglie un presidente, Lee Teng-hui, che guiderà l’isola lungo un percorso di assoluta autodeterminazione, di difesa dello status quo, di netta cesura rispetto ai vincoli culturali, oltre che naturalmente politici e storici, con la RPC. D’altro canto, quando nasce il Democratic Progressive Party si afferma nel Kuomintang la necessità di contrastare, sul piano elettorale, questo attore dimostratosi da subito capace di raccogliere voti: è una contrapposizione dovuta anche all’esigenza di vincere le elezioni. Inoltre il Kuomintang aveva da sempre dichiarato di volere un’unica Cina: coloro che arrivarono a Taiwan nel 1949 vedevano nella volontà di riconquistare la Cina qualcosa di essenziale. Là c’erano le loro famiglie, la loro terra, i loro padri, le loro mogli, talora i loro figli. Nei primi decenni vi era dunque un’esigenza di natura più esistenziale che ideologica. Infine il grandissimo successo dell’economia cinese, questa Cina che ha saputo parlare a tutti i suoi figli sparsi nel mondo – l’incredibile lavoro fatto dallo United Front sull’emigrazione cinese ne è l’esempio più chiaro – ha creato in un certo senso un moto di orgoglio negli eredi di coloro che erano arrivati dalla Cina. In ogni caso il minimo comun denominatore per presentarsi alle elezioni a Taiwan e raccogliere voti è oggi la difesa dello status quo e la negazione di qualsiasi forma di cooperazione politica con la RPC. Dunque anche queste sfumature pro-Cina e anti-Cina si sono secondo me molto attenuate, di pari passo con la formazione dell’identità nazionale taiwanese.

 

Stefano Pelaggi,

L’isola sospesa. Taiwan e gli equilibri del mondo, Luiss University Press, pagg. 231, € 20

 

 

Giulio Laroni