L’uscita dalla via della seta, più volte annunciata, è stata ufficializzata nel corso
dell’incontro tra Giorgia Meloni e Joe Biden, alla Casa Bianca, lo scorso 28 luglio.
Con il nome storico evocativo di “via della seta” s’intende il complesso trattato di
cooperazione economica rafforzata con la Cina, che vari Paesi del mondo hanno
sottoscritto per ricevere investimenti diretti del Dragone, ed un accesso facilitato al
mercato della seconda potenza economica del mondo.
L’Italia, unico Paese del G7 a farlo, aveva aderito alla “via della seta” nel 2019, con il
Governo Conte I. L’adesione dell’Italia aveva suscitato immediate polemiche ed una forte
irritazione da parte delle cancellerie occidentali, per quella che veniva vista come una vera
e propria fuga in avanti. Immediatamente, tuttavia, l’ala di Governo più atlantista e vicina al
mondo delle imprese, con il ministro Giorgetti in testa, si era messa al lavoro per svuotare
questo trattato di ogni potenziale minaccia agli interessi occidentali (in primis, americani)
nel mercato italiano.
Ora arriva lo stop. In ballo, si è detto, c’è la nostra fedeltà all’alleanza occidentale e la
condivisione dei valori della democrazia e del libero mercato. E tuttavia, dopo quasi
ottanta anni di storia della Repubblica in Italia, e dopo le innumerevoli prove di fedeltà ai
principi che sono sanciti anche dalla nostra Costituzione, la nostra scelta di campo non
dovrebbe essere neanche messa in discussione, o diventare materia di dispute politiche.
Inoltre, l’Italia ha immediatamente inviato proprie navi da guerra nel Mar Cinese
meridionale e davanti alle coste giapponesi, in segno di solidarietà con gli alleati ed amici
di Taiwan e del Giappone, ed in linea con quanto fatto dalle altre potenze occidentali.
Ed allora, perché richiedere questo ulteriore “attestato di fedeltà” all’Italia? Certo, sul piatto
c’è un ambizioso piano di rilancio del mercato statunitense da 6,8 trilioni di dollari, che fa
gola alle imprese italiane che lavorano, o vorrebbero lavorare, con il mercato a stelle e
strisce. Tuttavia, si sbaglierebbe chi pensasse che l’accesso al più grande mercato del
mondo sia gratis, o che gli Stati Uniti possano offrire condizioni particolarmente
vantaggiose all’Italia, a scapito degli altri membri della UE. Membri tra i quali, giova
ricordarlo, ci sono tuttora Paesi, come la Germania o l’Ungheria, che hanno legami
strettissimi con la Cina.
Ed allora? Due pesi e due misure? La verità è che, nell’economia internazionale, se non
hai un vero peso strategico e geopolitico, e non hai una chiara politica industriale
nazionale, sei debole. E, se sei debole, sei ricattabile.
Questo viene percepito molto chiaramente nelle cancellerie occidentali. E proprio per
questo, all’Italia si chiede, anzi si impone, quello che agli altri Paesi non viene nemmeno
suggerito.
L’accordo con la Cina, in realtà, sarebbe stato utile per realizzare delle buone e moderne
infrastrutture che potevano rilanciare la nostra produzione interna e ridurre lo storico
dualismo economico e sociale tra Nord e Sud del Paese. In altre parole, i cinesi, in cambio
di un accesso privilegiato al nostro mercato, avrebbero potuto realizzare a prezzi
economici le infrastrutture di cui il nostro Paese ha estremo bisogno. Soprattutto il Sud. E
questa estate ce lo ha ricordato: l’aeroporto di Palermo ha funzionato a ritmo ridotto a
causa degli incendi, mentre quello di Catania è stato bloccato per un mese, tra luglio ed
agosto, a causa di una scintilla partita, a quanto pare, da una stampante. La Basilicata si è
ritrovata, a causa di una cattiva programmazione dei lavori, senza collegamenti ferroviari
con il resto del Paese in piena estate. Ed ancora, le persistenti e numerose interruzioni
sulla rete stradale e ferroviaria hanno creato notevoli disagi a residenti e turisti un po’
dovunque al Sud: dalla Campania al Molise, dalla Puglia alla Calabria, dalla Sardegna
all’Abruzzo.
Così, abbandonata la via della seta, al Governo Meloni non resta altro che rilanciare il
PNRR e sperare che arrivino i finanziamenti europei, laddove non sono arrivati quelli
cinesi.
Si tratta, insomma, di scegliere la via del lino, pianta coltivata soprattutto tra Belgio e Paesi
Bassi, non potendo più percorrere quella della seta.
Stefano Amoroso