Il cinquantenario della morte di John Ronald R. Tolkien, avvenuta nel settembre 1973, ha suscitato tanti commenti, rimembranze e convegni dedicati all’autore de ‘Il Signore degli anelli’. È stata proposta a Roma una rassegna fortemente voluta dall’attuale ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano. Questi ha assicurato che sarà una mostra ‘non politica’, benché tutti gli osservatori ricordino che Tolkien sarebbe uno degli scrittori più amati dalla premier Meloni. In effetti Tolkien subì in Italia la diffidenza della sinistra marxista che nutriva pregiudizi sulla letteratura fantastica e venne snobbato dagli ambienti culturali progressisti. Tanto che divenne per reazione un mito coltivato dalla destra radicale. Eppure è stato rilevato che ciò successe solo in Italia, mentre all’estero trovò la simpatia perfino del mondo pacifista e hippy, con l’ammirazione dei Led Zeppelin e dei Beatles.
In verità Tolkien (1892-1973) fu un tradizionalista cattolico che odiava Hitler e il nazi-fascismo. Lo spiega nella sua rilettura di una famosa battaglia nell’Essex dell’estate 991 d.C. tra Anglosassoni e Vichinghi, che gli consentì di spiegarci il senso veritiero della sua visione dell’eroismo che poi svilupperà nella sua opera più nota e grande: ‘Il Signore degli Anelli’.
Chi ha ritenuto di scorgervi un’esaltazione del mito germanico ha travisato il pensiero di Tolkien. Fu sì affascinato dall’antichità precristiana, tanto da definirsi un ”pagano convertito”, ma nel suo commento alla menzionata battaglia di fine millennio a Maldon – che propose sotto il titolo di ‘Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm’ – Tolkien contesta il «soverchiante orgoglio» [overmastering pride]del protagonista che avrebbe ecceduto in un inutile eroismo per il narcisistico proposito di innalzare la sua fama personale: consentire ‘cavallerescamente’ ai Vichinghi di attestarsi su una posizione più favorevole facendo indietreggiare apposta i suoi Anglosassoni, è stato non solo un «errore disastroso» ma qualcosa di «veramente diabolico».
A quale scopo? L’antico poema dedicato a ‘La battaglia di Maldon’ racconta che Beorhtnoth, i Vichinghi «li fece passare, a tanto si spinse/ pur di dar materia per canti possenti./ Fu nobiltà vana…». Grazie a questo passo Tolkien sviluppa la sua critica: quell’orgoglio «diabolico» è stato prodotto da una perversa tradizione espressa nella poesia anglosassone. Beorhtnoth voleva essere un eroe e per esserlo era pronto a sacrificare la sua vita e quella dei guerrieri dell’Essex. «Secondo Tolkien – ha scritto Tom Shippey – Beorhtnoth non aveva il diritto di sacrificare né le vite dei suoi uomini né la sua… Questo spirito eroico nordico si trovava inevitabilmente oltre il limite di ciò che è legittimo».
L’attacco di Tolkien a quello «spirito», a quella «disastrosa follia», poteva essere considerato un esercizio letterario accademico. Ma Shippey si dice sicuro che – nel tempo in cui meditò quegli argomenti – Tolkien scorgeva un «recupero intenzionale di modi di pensare nordici o germanici nella Germania nazista». Occorreva combattere quello spirito pagano contrapponendogli un’immagine accettabile di eroismo. «Era possibile creare un’immagine alternativa dello stile eroico?» si chiede Shippey. Sì – conclude – grazie ai personaggi de ‘Il Signore degli Anelli’, dove Tolkien cerca di «conciliare la mentalità cristiana e quella eroica» in funzione antitotalitaria. Tanto che nella mirabile prefazione a questo folgorante elaborato di Tolkien,lo scrittore ‘collettivo’ Wu Ming alza un inno gentile agli Hobbit: «Tolkien infatti rispose alla sfida dell’epoca più oscura partorendo un inedito eroe letterario. Un essere apparentemente innocuo e mite, con piedi grossi e villosi che non avrebbe mai potuto calzare stivali di cuoio per marciare a passo di parata verso gli orrori del XX secolo».
La sentenza più diretta l’aveva scritta direttamente Tolkien in un messaggio privato dei primi anni Quaranta del Novecento: «Quel dannato piccolo ignorante di Adolf Hitler… ha rovinato, pervertito, abusato e reso sempre maledetto quel nobile spirito nordico, supremo contributo all’Europa, che io ho sempre amato e provato a presentare nella sua vera luce».
Nicola Zoller