Il Fondo

Femminicidi: abbiamo davanti l’impensabile, che vendicherà le miserie attuali

di Nicola Zoller

 

Il nostro pessimismo ci porta ad additare stati di decadenza morale anche dove l’emancipazione degli individui sembra in via di raggiungimento, rispetto ad un passato non tanto lontano. Ritroviamo quest’ultima osservazione in Oliver Bennett e nel suo “Pessimismo culturale” (il Mulino, 2003), che aiuta a collocare nel giusto ambito fenomeni come “Me Too”, che movimentano soprattutto l’Occidente.
Anche il grande filosofo francese Michel Serres ci ha descritto la situazione in cui versava la donna meno di un secolo fa: «Non era neanche lontanamente decente né in Francia né altrove, e parliamo di Paesi considerati ‘civili’. Non si parlava mai di stupro: veniva giudicata soprattutto la colpevolezza delle donne, mentre «i maschi conservavano il diritto di fare i galletti». Non si contavano gli abusi sessuali sulle adolescenti all’interno della famiglia né quante donne  morivano a causa delle sevizie del marito e di quanti bambini spiravano per mano dei genitori. Da allora – parliamo  della prima metà del secolo scorso – la situazione è decisamente migliorata, tanto che Serres intitola la sua ricerca – che deride l’elogio della famiglia patriarcale ancor fatto da conservatori nostalgici – “Contro i bei tempi andati”, per dimostrare i passi avanti realizzati nei tempi più recenti.
A proposito di patriarcato – il sistema dove il padre-padrone maschio esercita piena autorità sulla donna e sul gruppo familiare – nelle recenti partecipate manifestazioni per l’eliminazione della violenza contro le donne si è citato questo termine per considerarlo un fenomeno permanente. Si potrebbe rammentare che in Italia risale al 1865 il primo Codice civile che istituisce la “famiglia patriarcale” con le seguenti prescrizioni: «formale sottomissione delle donne all’autorità del capofamiglia, esclusione della loro potestà sui figli, autorizzazione notarile del marito nel caso in cui lei volesse aprire un negozio, affittare un locale o comparire in giudizio». Non fu da meno la Chiesa cattolica  che nel manifesto ecclesiale del 1895 includeva – testualmente – nei doveri delle spose della famiglia cristiana quelli di: «rispettare il marito come capo; obbedirlo come superiore; rispondergli con grande mansuetudine; tacere quando è alterato; sopportarne i difetti; schivare la familiarità con altri uomini…»
Non sembrano proprio formule oggi in vigore, anche se in Italia la lotta per superarle è stata lunga e difficile: solo dal 1946 le donne hanno diritto di voto, solo con la legge n.151 del 19 maggio 1975 è stato introdotto un nuovo diritto di famiglia che tende all’adeguamento ai principi costituzionali di eguaglianza tra coniugi; solo negli anni Settanta del Novecento sono state introdotte le leggi sul divorzio e sull’aborto, adeguando la legislazione italiana a quella europea soprattutto per iniziativa dei gruppi politici liberali, socialisti e radicali.
Tutto a posto? No. Ogni giorno le cronache ci riportano ancora orribili casi di stupri, sevizie e femminicidi. Grande rilievo hanno avuto il caso della giovane italiana Giulia Cecchettin e prima ancora quello delle violenze consumate il 7 ottobre 2023 da Hamas a danno di donne di Israele – definito dallo storico Paolo Mieli «il più clamoroso stupro di massa  dei nostri tempi» – a cui è seguita la reazione militare israeliana con tante vittime civili. Sono gli ultimi casi, prima c’erano stati gli stupri delle donne ucraine perpetrati dall’esercito russo invasore e le persecuzioni delle ribelli iraniane di cui riferisce in un libro doloroso Barbara Stefanelli “Love harder. Le ragazze iraniane camminano davanti a noi”.
In questo ancor disperato quadro internazionale, martoriato da ulteriori gravi violazioni in altre terre del Mondo, l’Europa e l’Italia possono guidare un processo di contenimento della violenza e di rafforzamento dei diritti civili, avendo fatto dal secondo dopoguerra ad oggi un percorso di più mite convivenza rispetto ad altri Continenti. I dati ONU (www.unric.org/it/cinque-fatti-essenziali-da-sapere-sul-femminicidio/) mostrano che nel 2022, ben 2,8 donne e ragazze ogni 100.000 sono state uccise da un partner  o da un familiare in Africa, rispetto a 1,5 nelle Americhe, 1,1 in Oceania, 0,8 in Asia e 0,6 in Europa. Il dato italiano (www.openpolis.it  sulla base di dati Istat) è inferiore alla media Ue: 0,38 contro 0,66 (nel 2022 in Italia si sono registrati 319 omicidi di cui 125 con vittime di sesso femminile).
Anche sulla base di ciò nel gennaio 2023 il presidente della Corte di Cassazione ha potuto affermare che l’Italia è uno «tra i paesi più sicuri in Europa e a maggior ragione nel mondo». Rispetto a 30 anni fa il calo è molto significativo: nei primi anni 1990 gli omicidi in Italia superavano i 1.000, e anche rispetto a 15 anni fa c’è stata una significativa diminuzione: nel 2007 ci furono 632 omicidi fino ai 319 odierni. Il direttore de “il Foglio” si è domandato il 30 agosto scorso se non ci sia «un abuso di cronaca nera» che porta “a trasformare ogni problema in un allarme, ogni guaio in un’emergenza, ogni cattiva notizia nel simbolo dello sfascio morale del Paese”. Problemi, guai, notizie cattive sì, sono inevitabili,  ma allarmismo e sfascismo alimentano solo chi vuole incattivire le relazioni sociali: di solito è la destra populista che guida questi discorsi per invocare rigide repressioni. Ai progressisti spetterebbero altri compiti: “nel nostro cuore nessuna croce manca”, ogni omicidio e femminicidio ci affligge e ci può portare a reagire da italiani dignitosi continuando a contenere quelle violenze, ancor più di quello che finora è stato possibile.
Abbiamo davanti un mondo nuovo da affrontare, seguendo parametri oggi impensabili, che vendicano le miserie attuali. Secondo il compianto professor Umberto Veronesi le «donne assumeranno ruoli sempre più attivi, con una attenuazione delle differenze sessuali; avremo uomini meno virili e donne più mascoline» tanto che l’evoluzione naturale della specie fra due o tre generazioni porterà l’umanità ad essere «bisessuale» e ampiamente tollerante con le persone Lgbtq+. Sul piano dei costumi, secondo l’eminente sociologo Jacques Attali «la monogamia non durerà in eterno» e all’attuale possibilità di relazioni d’amore successive una all’altra – accettate in tutto il mondo civile con il divorzio – diventeranno «accettabili e legali anche le relazioni simultanee», cioè «sarà possibile per uomini e donne avere contemporaneamente legami con diverse persone»: decadranno i tradimenti e le brutali gelosie  sanguinarie. “Il mondo di ieri” – per usare il titolo di uno struggente libro di Stefan Zweig,  destinato alle generazioni future – resta alle nostre spalle, con tutte le sue contraddizioni: la specie umana dovrà affrontarne altre, sperabilmente meno divisive di quelle attuali.

 

Nicola Zoller