Che cosa significa oggi adottare una prospettiva radicale, sia dal punto di vista strettamente politico che nella vita quotidiana? Non è facile trovare una risposta convincente. Dopo che il capitalismo razionalizzante ha sempre più pervasivamente occupato i pochi spazi di resistenza rimasti, il concetto di “radicalità” è andato spesso sovrapponendosi a modelli di ribellismo prefabbricati, codificati, socialmente riconciliati, in cui tutto ciò che appare inaspettato e non previsto viene respinto. Siamo nell’era della “civility”, cioè della cosiddetta ipocrisia virtuosa, del “conformismo temperato” che Nadia Urbinati in suo recente saggio ha esaltato come la nuova frontiera di una società democratica, basata in particolare su un uso sorvegliato del linguaggio. Siamo nell’era in cui i paradigmi fondati sulla dialogica, sulla capacità di discutere e di confrontarsi, hanno ceduto il posto a un soffocante sociocentrismo, a un’aggressiva normatività sociale. Il tema delle “buone maniere”, un tempo esclusivo appannaggio di un certo vetusto conservatorismo, si è ora imposto con rinnovata enfasi in ogni ambito della vita civile: tutto ciò che turba o scandalizza i nostri codici disciplinari viene appellato automaticamente come “cringe”, cioè imbarazzante, e dunque degno di biasimo. In una società così incline al puritanesimo e al pensiero di gruppo, come perseguire ancora una linea e delle pratiche di vita radicali, lontane da un ribellismo di facciata? Per rispondere occorre chiamare in causa contemporaneamente politica, filosofia, sociologia, arti, e per ciascuno di essi cercare dei nuclei di resistenza da cui far partire dei progetti nuovi.
Sul fronte delle arti e della musica in particolare uno di questi possibili nuclei è costituito dall’opera di Roberto Freak Antoni (1954-2014), di cui oggi ricorrono i dieci anni dalla morte. Antoni è stato non solo il creatore del rock demenziale italiano, ma più in generale un grande innovatore della musica italiana, oltre che un poeta e uno scrittore. Il prossimo anno, tra l’altro, si celebrerà anche il cinquantesimo anniversario della nascita degli Skiantos, la band di cui Freak Antoni è stato il fondatore e il frontman, e in previsione di questo evento sono già in cantiere diverse iniziative interessanti. Verrà pubblicato, in formato digitale, una selezione di canzoni storiche del gruppo (alcune delle quali provenienti dalle registrazioni live del loro ultimo tour, nel 2023), in cui potrebbero trovare posto anche alcuni brani inediti cantati da Freak Antoni. L’iniziativa è supportata e prodotta da Zdb e guidata dal produttore e musicista Andrea Pettinelli. È in corso di preparazione anche un nuovo album di inediti arrangiati dall’attuale formazione degli Skiantos, con musiche scritte da Fabio Testoni – noto anche come Dandy Bestia – e basati su alcuni testi inediti lasciati da Freak Antoni. Infine assisteremo ad un tour, sempre prodotto da Zdb, che vedrà esibirsi sullo stesso palco gli Skiantos e gli AREA.
Freak Antoni, in tutto il suo percorso musicale e poetico, è stato la perfetta antitesi della “civility” tanto cara a Nadia Urbinati. Antifascista, figlio della parte più creativa del Movimento del Settantasette – quella, ad esempio, degli indiani metropolitani – è sempre stato apprezzato dagli intellettuali più avanzati del mondo marxiano: uno su tutti Vittorio Capecchi, che lo ricordò anche sulla sua rivista, “Inchiesta”. Nella sua formazione culturale si intrecciano varie coordinate: ci sono le avanguardie storiche, le neoavanguardie, la storia del rock, il punk, il clima interdisciplinare del Dams (presso il quale Antoni si laureò con una tesi sui Beatles).
Le canzoni di Antoni, sia con gli Skiantos che da solista, prendono le mosse dall’idea che una convivenza pacifica e solidale tra gli esseri umani sia direttamente legata a un superamento di quel pensiero reificato e dogmatico che caratterizza l’ordine borghese, che si appropria delle lotte emancipatrici e le rende inoffensive. Ogni battaglia sociale e civile rischia infatti di essere adottata e resa innocua dal sistema, trasformata in cliché e in norma autoritaria. Per preservare la forza dialettica di qualsiasi lotta, dunque, occorre esporla continuamente alla contraddizione che abita in lei, in modo da vederla continuamente rinascere dall’attrito con questa contraddizione. Ciò, nella musica di Antoni, avviene attraverso l’ironia, la scatologia, il linguaggio estremo, il momento dell’ebbrezza (senza il quale, diceva Benjamin, non è possibile alcuna rivoluzione). La dimensione del gioco si trasforma dunque in un agente di dereificazione, che libera l’arte da ogni paludamento e la restituisce alla sua essenza umana e relazionale.
L’uso dell’autoironia come strumento dialettico deve investire qualunque tema, anche le cause che più ci stanno a cuore, per depurarle da qualsiasi aura di retorica, di ufficialità, per impedire che la morale borghese se ne appropri. Una volta Freak Antoni disse che attraverso le bestemmie riusciva, a modo suo, a entrare in dialogo con Dio. La frase è meno estemporanea di quanto si pensi: si potrebbe dire, infatti, che tutta la sua arte è una lotta contro il tabù della blasfemia, intesa in un senso non soltanto religioso. È lecito fare ironia su questioni delicate? Sì, ci risponde la sua opera: non si tratta di un’ironia mortifera, ma di un’ironia vivificatrice. Il linguaggio non è più, qui, una rappresentazione diretta e senza fratture della cosa, ma si trasforma quasi in un atto esorcistico, nel quale l’evocazione della violenza nell’arte diventa un contravveleno alla violenza del mondo reale. È un po’ come se, in un’ immagine in qualche modo bradburyana, decidessimo di recitare tutti i giorni a memoria “I canti di Maldoror” di Lautréamont – e specialmente le parti più crude – per abituarci a comprendere e a non scotomizzare quella violenza che nella vita reale vogliamo combattere. In questo senso vanno lette le canzoni di Antoni sulla questione razziale (“Negro”, 1981), sulla disabilità (“Calpesta il paralitico”, 1992, con gli Skiantos), sull’antimeridionalismo (“Italiano terrone che amo”, 1992, con gli Skiantos).
La dialettica è del resto la fonte primaria dell’arte di Antoni. Si pensi, ad esempio, ad “Allegretto ma non troppo” (2009, con la pianista Alessandra Mostacci) : “La vita è molto dura ma leggera / tutta in bianco e nero colorata / il tempo passa lento ma veloce (…) Il sole splende sempre quando piove”. Dialettico è anche il suo uso della parodia, attraverso la quale ogni cliché musicale viene messo alla berlina: una canzone fondamentale in questo senso è “Vortice” (1978, con gli Skiantos), tutta costruita sulla figura della giustapposizione, o anche la celebre “Mi piaccion le sbarbine” (1979, con gli Skiantos), che si prende gioco di un certo tipo di musica beat italiana degli anni Sessanta. E a proposito di spiazzanti accostamenti, notevole è la “Filastrocca della mamma” (2011, con Alessandra Mostacci), che mette in musica una scandalosa lettera di Mozart.
Antoni provò alcune volte a presentare le sue canzoni a Sanremo, ma il suo anticonformismo spaventava. Ideò ad esempio con gli Skiantos una “Canzone contro i giovani” (2005), che, con il consueto registro metalinguistico, invitava i giovani a non lasciarsi divorare dal consumismo del mondo capitalista: “I giovani sono molto omologati / con i capelli curati, così colorati / proprio come gli estremisti del perbenismo / Assuefatti ad ogni tipo di consumismo”. Ma i vertici del festival gli risposero che mai a Sanremo si sarebbe potuta sentire una canzone ostile (anche se dialetticamente) ai giovani. Provò a presentare anche “Però quasi” (2012, con Alessandra Mostacci): una canzone d’amore attraversata da una tal quale incrinatura, da un senso di surrealtà che la rende tragica e dolcissima (e a proposito di canzoni d’amore, da riscoprire è anche un’autentica perla come “Tormento al tramonto”, 1988, con gli Skiantos).
Per chiunque creda che le arti contemporanee siano ormai condannate a riconciliarsi con il sistema, l’opera di Freak Antoni è un conforto, un invito a non mollare, a continuare in una strada di assoluta radicalità.
Della sua arte, della sua portata rivoluzionaria, ma anche di alcuni dei suoi aspetti più privati, ho parlato con Margherita Antoni, scrittrice e figlia di Freak.
Dal 2014 hai iniziato un percorso di scoperta dell’opera di tuo padre.
È stato un percorso divertente: ho scoperto, ad esempio, che nei loro primissimi concerti gli Skiantos andavano al mercato ortofrutticolo per comprare le rimanenze invendute della verdura e frutta del giorno, proprio con l’obiettivo di gettarla in serata sul pubblico al grido di “Questa è avanguardia, pubblico di merda”. Uno slogan ironico e un gesto sovversivo. Che gli Skiantos volessero risvegliare coscienze nell’ambito musicale, nei gusti ormai omologati dei consumatori? Probabile. Però, che figata! O come quell’altra volta che Freak voleva andare a Sanremo: il conduttore artistico dell’epoca gli disse che se non avesse portato un “Big” – credo per la serata duetti – purtroppo non lo potevano “ammettere” in gara. Ovviamente a Sanremo non ci andò, ma si arrabbiò così tanto che scrisse un pezzo dal titolo “Porto Dio”. Personalmente, l’ho trovato geniale. “Porto Dio” è per me una risposta irriverente ad un mondo della tv-musicale che fino a qualche anno fa era impostato, “fighettino”, rigido (insomma, tutto il contrario di quello che la musica è). Sono convintissima del fatto che, se Freak fosse ancora vivo, oggi avrebbe avuto la sua opportunità di cantare sul palcoscenico dell’Ariston. Per non parlare di quando fu arrestato sul palco dai carabinieri: stava presentando con gli Skiantos la canzone “Karabigniere blues”, quando l’Arma, mal interpretando quel “blues” con “buu”, lo portò in caserma con l’accusa di vilipendio. Dovette poi portare il testo originale della canzone per essere scagionato.
Qual è la sua canzone che ami di più?
Posso dirne due? La mia preferita in assoluto è “Natale è”: adoro tutto di questa canzone. La trovo delicata, beffarda, molto orecchiabile e poi mi ricorda tanto lui. Freak era, infatti, un tipo non sempre allegro. A volte era malinconico e inquieto. “Natale è” parla proprio della difficoltà di omologarsi all’opinione popolare secondo cui il periodo natalizio sia gioioso, spensierato e pieno di serenità. Lo rivedo molto in questo testo: non tanto nel sentimento di “odio” contro il 25 dicembre – che è per l’appunto solo un pretesto – ma nella sua natura di ribelle contro le mode, le opinioni prevalenti, contro quanto è “imposto dalle masse”, perché di tendenza. Freak ha più volte definito gli Skiantos e il rock demenziale come arte d’avanguardia e sicuramente lo erano: troppo avanti per i tempi e troppo anticonformisti per essere compresi. In parte, anche “Natale è” si pone come manifesto di questa linea culturale.
La seconda canzone che amo è “Sono un ribelle mamma”, che è dedicata a mia nonna. Anche in questa canzone io rivedo il vero Freak: un po’ “mammone”, un ritardatario per eccellenza e come si dice qui a Bologna un vero “biassanot”, ovvero un tiratardi, che fosse per concerti o perché semplicemente non riusciva a dormire e quindi rimaneva alzato per ore e ore, girando per Bologna o a casa leggendo fumetti. In questo senso, di ribelle c’è poco: è forse più un grido di un figlio che vuole emanciparsi dai genitori e si fa grande dietro a questa espressione “da duro”. Infatti, il Freak della canzone dice alla sua mamma di andare a letto, perché lui resterà fuori tutta la notte. Eppure, subito dopo aggiunge una richiesta: quella di avere i pantaloni lavati e stirati prima del concerto. Insomma, una rockstar demenziale, atipica, scissa nel voler essere a tutti i costi “un tipo tosto”, ma riconoscendo che la mamma è sempre la mamma e non c’è nulla di più bello nell’essere coccolati. Freak era proprio così: un personaggio indisciplinato, certo, ma affettuoso, di una rara gentilezza e di un garbo unico.
La sua opera colpisce per la sua assoluta modernità.
Credo che quella di Freak sia stata un’avanguardia incompresa, sovversiva rispetto ai tempi. E lo dico non perché abbia una vera e propria idea di cosa accadesse in quegli anni ’70 – ’80 nel clima musicale italiano (in questo senso Fabio Testoni riuscirebbe a risponderti molto meglio di me), ma solo perché sono convinta che oggi gli Skiantos e Freak sarebbero riusciti ad emergere sul serio.
Fermo restando che per ascoltare gli Skiantos serve una mente aperta – risultato non completamente raggiunto neanche oggi – per entrare in dialogo con i loro testi e i loro messaggi. Pensiamo ad una canzone come “Calpesta il paralitico”, che è assolutamente ironica. Anzi, è una denuncia contro i falsi pietismi.
Hai dichiarato che il tuo libro preferito di Freak è “Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti”. Che cosa ti piace in particolare di questo testo?
Perché mi piace questo libro, mi chiedi. È molto semplice: perché mi fa ridere! Sfogliandolo mi sorprendo a sorridere, a sogghignare fra me e me. Lo trovo di una comicità genuina e, se vogliamo, anche demenzialmente semplice. Ci sono infatti molte freddure, che fanno ridere proprio per quanto sono intuitive. E sai cosa? Non lo trovo mai estremamente volgare. Lo dico perché recentemente sono stata ad uno spettacolo di un cabarettista qui a Bologna e ho ascoltato alcune battute becere sul sesso, sulle donne e sugli uomini di mezza età. Oltre ad essere uno spettacolo “sboccato” aveva perso, secondo me, di eleganza. “Non c’è gusto…” invece non cade mai nel cattivo gusto. Probabilmente sono di parte, ma è proprio quello che mi piace. Ti dirò di più: mi sono davvero, anzi perdutamente, innamorata di quel libro quando ho visto un video sul caro vecchio YouTube. È uno spezzone dove Freak lo presenta e recita molte delle sue battute.
Ti confesso un’altra cosa: uno dei miei sogni imprenditoriali è proprio quello di creare delle magliette, felpe e cover con alcuni di questi aforismi di Freak, proprio come i gadget che gli Skiantos vendevano ai loro concerti: “Bevo solo quando guido”, “Sono un ribelle mamma”, “Si ero positivo”, “A volte il fumo è molto meglio dell’arrosto” “Il sesso è un peccato… farlo male” e mille altre.
Nel corso delle conversazioni che hai avuto con lui sulla musica o sull’arte, c’è una sua frase o un suo insegnamento che ti sono rimasti particolarmente impressi?
Ho una frase impressa, che mi scrisse su un post-it giallo che conservo ancora: “Margherita, devi trovare una (o più) passioni e seguirle! Altrimenti, la vita sarà una noia!”. Chi più di lui poteva dirmi una frase del genere: lui che aveva fatto della sua passione la sua vita. Per anni questa frase mi ha torturata: infatti, non ho mai avuto uno sport del cuore, un hobby preferito o un interesse tale da riempirmi le giornate. Forse ho sempre confuso quel “passioni” con il concetto di vocazione. Un qualcosa che si sente di essere chiamati a fare per la vita – in una versione indubbiamente romanzata. Te lo racconto, perché è così che ho sempre visto la musica di mio papà: un amore, una devozione, un attaccamento a ciò che lo rendeva vivo. Di certo, non è stato facile. Permettimi la franchezza, ma chi non arriva al livello dei “Big” non naviga certo nell’oro. Freak avrebbe potuto cambiare lavoro molte volte o per lo meno dedicarsi alla musica alla sera o durante il weekend, come fanno tantissimi cantanti e musicisti. I suoi genitori lo avevano sempre sognato alle Poste, con un posto fisso e “sicuro”. Ma lui non ha mai dato retta a nessuno, in questo senso, e ha inseguito il suo sogno. Mi sento di dire che, anche quando l’essere il Freak Antoni cantante e l’essere il Roberto papà di famiglia a volte non combaciavano per nulla, il suo esempio concreto mi è stato di grande ispirazione nello scegliere la professione lavorativa: non per ambizione, non per sicurezza economica, ma l’inseguire quella che sento ora – a 25 anni – come la mia vocazione.
Giulio Laroni