Di questo assurdo conflitto, che si protrae ormai da un anno, è stato raccontato ogni singolo passaggio. I nostri colleghi sul posto, finché sono riusciti, hanno documentato ogni “infamità”. Dopo dodici mesi trascorsi in un territorio così ristretto, tutto diventa familiare e verificabile, al punto che le cifre ufficiali – oltre 43.000 morti – appaiono quasi marginali rispetto a una realtà che sembra sfiorare il decesso brutale di 200.000 persone: donne, uomini, anziani e bambini, vittime di una guerra che non ci saremmo mai aspettati tanto spietata da un popolo saggio come quello di Israele. La prudenza nelle parole è stata ormai superata dai fatti, fatti che ogni giorno raccontano morte, disperazione e un vortice di violenze inaudite. Ebbene, non era difficile temere ciò che ora è accaduto: a Gaza, adesso, è carestia. Un termine terribile, forse più del genocidio. Spesso scegliamo con cautela alcune parole, ma quando gli articoli, le immagini e i media di tutto il mondo non riescono più a raccontare l’orrore, è il momento di abbandonare ogni riserva e chiamare le cose, seppur terribili, con il loro nome. È tempo di puntare il dito contro il responsabile di questa tragedia: Benjamin Netanyahu. In qualità di Primo Ministro di Israele, deve essere giudicato dal Tribunale Internazionale dell’Aia. Ripetiamo da tempo e con forza questa richiesta, affinché siano i giudici a emettere una sentenza, basandosi su fatti e testimonianze.
Riflettiamo: in un’area geografica che ha contribuito a plasmare la civiltà che conosciamo, una delle sue città più iconiche è oggi associata al termine “carestia”. Non solo è pazzesco, ma è intollerabile. La comunità internazionale, rappresentata dall’ONU, convochi immediatamente un consiglio d’urgenza e prenda le distanze dall’operato di Israele, con la stessa passione e determinazione con cui le Nazioni Unite lo ammisero l’11 maggio del 1949.
Intanto a Gaza, si consenta immediatamente l’accesso delle organizzazioni umanitarie, si ponga fine una volta per tutte alle violenze, e si prevenga questa carestia sul nascere.