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Trump alla Corte penale internazionale: la legge sono io

Par Howard_Hawks'Rio_Bravo_trailer_(26).jpg: Trailer screenshotderivative work: Liorek (talk) — Howard_Hawks'Rio_Bravo_trailer_(26).jpg, Domeni public, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=10500530

La recente vicenda che ha visto il Presidente degli Stati Uniti confrontarsi con la Corte penale Internazionale solleva interrogativi inquietanti. Non tanto sulla sostanza, poiché le motivazioni che hanno spinto Trump a dichiarazioni così incisive rimangono in gran parte sconosciute, ma piuttosto sul contesto storico e sulle implicazioni di tale scontro. Dalla Seconda Guerra Mondiale in poi, abbiamo spesso osservato le azioni degli Stati Uniti con la prospettiva dei “vincitori”. Abbiamo acclamato ogni iniziativa americana nel mondo, credendo che ogni intervento fosse volto a liberare i popoli oppressi, spesso con l’aggiunta di aiuti vantaggiosi. Tuttavia, la realtà è più complessa: dietro le operazioni di “salvataggio” si celano sempre interessi economici significativi. Nessuno agisce senza un tornaconto; se offri un servizio, quel servizio, in un modo o nell’altro, va pagato. Gli Stati Uniti sono intervenuti in numerosi conflitti, acclamati dagli oppressi con l’espressione “arrivano i nostri”, portando con sé armi, munizioni, sigarette, cioccolata e popcorn. Hanno dato l’idea dello “sceriffo buono” che, in maniera burbera, dice: “la legge sono io”. Ciò per dissuadere i malviventi che rapinavano le banche, la democrazia e la libertà delle persone. Ovunque ci fosse un problema, c’era un “Marshall” pronto a intervenire, con tanto di stella sul petto, a cui rivolgersi per ottenere giustizia. Ne hanno impiccati di prepotenti condannati dai giudici che improvvisavano i tribunali nei saloon del vecchio West! Trump incarna questa figura dello “sceriffo” moderno. Se lo vestiamo come un cowboy, somiglia a John Wayne, con la camminata che pendeva sempre un po’ a sinistra, viziata dalle tante salite e discese dalla sella del suo Quarter Horse. Gli americani hanno compreso che il loro grande affare era provocare guerre, vendere armi ai contendenti e poi “salvare” quelli che pagavano di più, garantendo continuità agli acquisti anche in tempo di pace. Ci si chiede come gli Stati Uniti si siano impelagati in conflitti come la Corea, il Vietnam, l’Afghanistan, l’Iraq, e l’elenco potrebbe continuare. In breve, dove c’è conflitto, c’è un americano pronto a intervenire, basta pagarlo. La CIA arriva di nascosto nei Paesi più impensati, semina discordia, e poi, in un batter d’occhio, arrivano al galoppo le “giubbe blu” a salvare donne e bambini. A volte dimenticano i vecchi, ma poco importa…tanto erano già spacciati. Assistiamo a questo spettacolo senza annoiarci mai; d’altronde, non sono loro che a Broadway tengono le commedie in cartellone per anni interi? E non sono sempre loro che, con la scusa delle armi di distruzione di massa, hanno massacrato gli iracheni e incendiato il Medio Oriente? Trump è solo l’ultimo atto di ciò che gli americani hanno sempre fatto. L’unica differenza è che non è simpatico come Clinton, amabile come Obama e non dà l’idea di essere saggio come Biden. Per il resto, non c’è nessuna differenza, a parte la prepotenza dello “sceriffo”, che nella coreografia cinematografica, prima di avere la stella, era un pistolero che non sbagliava un colpo. Sei tiri, sei centri. Ora lo hanno reso un po’ sclerotico e minaccia, nel senso buono, la Corte Penale Internazionale dell’Aia, gridando: “la legge sono io”. La trama c’è tutta, ma forse con il sottofondo della colonna sonora di Ennio Morricone, il film diventerebbe vedibile.