Con sincerità, devo ammettere che Matteo Salvini, il nostro ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, mi suscita una certa tenerezza. Recentemente, il leader della Lega è intervenuto alla kermesse dei sovranisti a Madrid, dichiarando di voler ‘fare in Italia quello che il Tycoon sta facendo in America’. Tuttavia, la sua apparizione non ha suscitato grande interesse nei quotidiani, se non in qualche nota riservata da parte della stampa a lui più vicina. Insomma, da quando Donald Trump è stato rieletto presidente degli Stati Uniti, con il sostegno della maggioranza degli elettori americani, l’attenzione mediatica che un tempo gli era riservata si è notevolmente affievolita, al punto che quasi ogni giorno non c’era edizione senza una sua prima pagina. Non c’era mai un momento in cui non lanciasse una nuova provocazione. Ieri era il difensore solitario dei confini nazionali, l’altro ieri era il paladino del Ponte di Messina, nonostante nessuno, se non lui, abbia capito che il progetto è ostacolato dai “gattopardi”. Più recentemente, è stato al centro di polemiche sulle presunte minacce alle Ferrovie dello Stato, con le opposizioni che lo hanno accusato di inefficienza, oltre alla sfortuna che spesso si è messa di traverso. Una situazione che sembra dire: “capitano tutte a lui!”. Evitiamo di ricordare il suo desiderio di tornare al ministero dell’Interno, dove, considerando l’incertezza del caso Almasri, non oso immaginare le conseguenze. Come avrebbe detto la mia nipotina: un macello. Fortunatamente per il Paese, il destino ha voluto che non fosse lui ad occupare il Viminale, mentre le critiche dei parlamentari del Centro Sinistra si sono concentrate principalmente sul ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che, come un gentiluomo ottocentesco, ha difeso la Signora Meloni, Presidente del Consiglio, assente. Certamente, Salvini non perde occasione di allinearsi con Trump, sostenendolo su ogni fronte per cercare di riacquistare un po’ di visibilità, ma l’informazione, seppur mai ingrata, sembra non ripagarlo in modo altrettanto generoso, nonostante le numerose performance politiche che gli ha offerto su un piatto d’argento. Ma capiamo anche la stampa: il piatto che offre Trump in questi giorni è di puro oro a 24 carati. Ed è proprio questo attivismo che ci riporta al proverbio: “una ne fa e cento ne pensa”. Se Salvini domani mattina, per tornare alla sua sacrosanta visibilità mediatica, decidesse di invertire l’ordine del proverbio – “una ne pensa e cento ne fa” – cosa accadrebbe? La preoccupazione, semmai, è se lo dovesse imitare Trump, che già immaginiamo sommerso nello Studio Ovale da centinaia di decreti da firmare, circondato da pennarelli con cui rendere chiaro a tutti che la firma c’è! L’attivismo di entrambi i personaggi è davvero encomiabile. Se tutti lavorassero con la loro stessa intensità, gli editori sarebbero costretti a raddoppiare le pagine dei quotidiani e, con l’aumento del costo della carta, ad aumentare il prezzo delle edicole. Non parliamo nemmeno di raddoppiare, ma almeno triplicare! Inoltre, servirebbe un navigatore per accedere rapidamente alle notizie. Insomma, se Salvini e Trump desiderano continuare a essere seguiti dall’informazione con la stessa frequenza, forse dovranno ridimensionare la loro attività intellettuale da “una ne fanno e cento ne pensano” a “una ne fanno e due ne pensano”, perché il ritmo per noi giornalisti sta diventando insostenibile.
Trump come Salvini: una ne fa e cento ne pensa