La fase del “perché” emerge intorno ai due anni e può durare fino ai cinque, variando in base allo sviluppo linguistico e al carattere del bambino. In ogni caso, i piccoli rompiscatole iniziano ad interrogare i genitori nei primi anni di vita, con domande come: “Perché il Tycoon ha messo i dazi?”, “Perché il sole è giallo?”, “Perché il mare è bagnato?” o “Perché la sabbia scotta?”. Mamma e papà, primi insegnanti in una fase di apprendimento rapidissimo, hanno il compito delicato di fornire le basi per una crescita equilibrata. Tuttavia, ci si potrebbe chiedere se il “perché” scompaia dopo la prima fase scolastica. Personalmente, ho dei dubbi. Anche in età adulta, il “perché” rimane ricorrente, forse più che nei bambini. La scuola e la vita stessa sono piene di “perché” a cui cerchiamo risposte, anche se spesso non riusciamo a risolvere il dilemma scespiriano: “Essere o non essere”. Un dilemma che, come nel celebre monologo dell’Atto 3, Scena 1 di William Shakespeare, ci tormenta ancora. Non è forse questo un eterno “perché”? Le religioni, ad esempio, ci aiutano a dare risposte a temi incomprensibili, educandoci a credere senza fare domande. Mia madre, quando notava il mio scetticismo riguardo alla Bibbia, mi diceva: “In questi casi non bisogna farsi domande, bisogna credere e basta”. Forse è meglio non tormentarsi con i “perché” e lasciare il dilemma a Shakespeare. Recentemente, Donald Trump, presidente degli Stati Uniti e uomo più potente del mondo, ha iniziato a giocare con i dazi, suscitando in noi la domanda: perché? Vedete, dunque, che la fase delle domande non si esaurisce nell’infanzia, ma continua per tutta la vita. Non dobbiamo sentirci infantili se, ascoltando i telegiornali o leggendo le rassegne stampa, ci chiediamo quali siano i motivi che hanno spinto il tycoon a scuotere il mondo, prima parlando e poi applicando dazi da capogiro, creando panico collettivo e mettendo “in altalena” intere economie. Forse se li avesse applicati al gioco dell’autoscontro al Luna Park, il gesto sarebbe stato più appropriato.
Non essendo un esperto in materia, mi sono preoccupato più per le risposte contrastanti che ho sentito che per gli effetti reali della sua decisione. Mi ha colpito il numero impressionante di esperti e autoproclamati tali, insieme a qualche improvvisatore di scemenze, che parlano dell’argomento ognuno con il suo sapere: conoscenze talmente diverse che mi hanno confuso più di quanto non fossi prima della conferenza stampa di Trump nel giardino delle rose della Casa Bianca. La scenografia, con la lavagnetta fluorescente dei Paesi condannati, stonava: forse sarebbe stato meglio se avesse scritto lui stesso i nomi con il suo mitico pennarello nero! A parte lui, nessuno ci spiega cosa sia successo in termini semplici. Tutti sono scienziati dell’argomento e hanno il pessimo vizio di dialogare solo tra loro, ma poi vogliono vendere a noi profani i libri che scrivono; almeno quando vanno nei talk show ci leggano la prefazione. Ecco un altro bel pacchetto di “perché” a cui nessuno dà risposte, ma solo congetture, teorie, dichiarazioni di guerra commerciale, enunciazioni di ritorsioni. Caspita, spiegateci con parole semplici: perché! Invece, c’è chi urla, chi è arrabbiato, chi si sente offeso, chi è indignato, chi vorrebbe scendere direttamente in campo e chi, invece (due o tre, incluso Matteo Salvini), dà ragione a Trump! Ma come tutti i bambini e poi gli adulti che cercano di capire il “perché” delle cose, come diceva Eduardo De Filippo nel prologo della sua commedia “Gli esami non finiscono mai”: “I perché” a cui nessuno dà risposte continuano a essere presenti…compreso quelli che riguardano i dazi di Trump!
Perché i dazi di Trump?