Una folla di gente semplice ha accompagnato Francesco nel suo ultimo viaggio diretto a Santa Maria Maggiore. Persone abituate ad accontentarsi di uno sguardo, una carezza, un gesto caritatevole da chi sapevano essere sincero, amorevole, vicino alla loro condizione precaria. Toccante il permesso concesso ad alcuni detenuti, presenti in rappresentanza di tutti. Un gesto significativo, soprattutto per loro, mentre scontano un debito con una società che, troppo spesso, non si sofferma a comprendere il motivo profondo dietro a certe scelte. Una società in cui la legge – giustamente – punisce gli errori, ma spesso infierisce sui più fragili, mentre assolve chi può permettersi tutto. I più “rispettabili” magari non rubano, ma ti strappano un braccio per un orologio, pur potendosene permettere cento. La vita, sembra, funzioni così: rigida con gli ultimi, indulgente con i primi, o con chi viene considerato tale solo perché le banche lo certificano. La penna corre, a volte divaga, anche quando proviamo a trattenerla. Ma torniamo al cuore di queste righe: l’ultimo viaggio di Francesco, il Papa venuto dalla fine del mondo, capace di stupire e segnare il nostro tempo. Ha intrapreso un cammino di semplicità, fede e preghiera. E lo sottolineo perché nulla era scontato, nemmeno per chi gli stava accanto. Gli scandali che hanno attraversato la Chiesa sono stati numerosi. Francesco ha scelto di affrontarli, portarli alla luce, chiedendo verità, giustizia, responsabilità. Lo ha fatto anche con il cardinale Angelo Becciu, finito sotto processo e “risorto” dalla vergogna pochi minuti dopo la morte del Papa, pretendendo di partecipare al Conclave in nome di un “diritto”. Ma io mi chiedo: può il Conclave accogliere tra i suoi un uomo ancora sotto indagine per reati gravi? Può uno dei momenti più sacri per milioni di credenti – quello che affida a un’anima il compito di guidare il popolo di Dio – evitare di porsi domande? Il mio linguaggio forse non è ecclesiastico, e me ne dispiace. Ma credo che Francesco l’avrebbe tollerato. Lui, che ha sempre parlato con schiettezza, vissuto con semplicità, lavorato instancabilmente in un clima di preghiera e umanità. Era uno di noi. Il corteo da San Pietro a Santa Maria Maggiore racconta più di qualsiasi cronaca. Testimonia il conforto che la sua sola presenza ha saputo donare ai più fragili. Volevo scrivere un articolo, ma i sentimenti hanno preso il sopravvento. Il cuore si è riversato in strada, insieme a tanti altri, per accompagnare Francesco verso il Padre. Un corteo di emozioni, di affetto autentico. Un corteo capace, anche solo per un attimo, di far dimenticare i potenti. Avrei dovuto raccontarne ogni gesto, ogni parola, ogni retroscena. Invece mi sono – volutamente – perso tra le persone comuni. Quei leader non erano lì per Francesco, ma per sfruttare l’occasione, giustificare incontri, scambiarsi parole solo in apparenza casuali. Tutto orchestrato, studiato nei minimi dettagli. Il massimo dell’ipocrisia politica. Eppure, siamo noi ad averli votati. Siamo noi ad averli legittimati, delegandoli a rappresentarci. Così si confondono tra la gente, salvo poi ripartire con scorte, auto blindate e aerei che noi, gente semplice, conosciamo solo dal cinema.
Perdonali, Francesco. Ma tu lo sai: non sanno quello che fanno. E se mai tra Russia e Ucraina dovesse sbocciare la pace, sarà anche grazie a te. l’incontro, quasi sacrale, tra Trump, Zelensky, Starmer e Macron tra le colonne di San Pietro ne è il segno tangibile. Ma ciò che resterà nei secoli è quell’immagine sospesa nel tempo: il Presidente americano e quello ucraino, soli, seduti uno di fronte all’altro nella Basilica di Costantino, come in una liturgia silenziosa, a confessarsi tra le rovine della storia.
Francesco e un corteo di potenti inconsapevoli