C’è un giorno, ogni anno, in cui il mondo intero si ferma per un momento, come se trattenesse il fiato, per rendere omaggio a qualcosa che ci accomuna tutti: il lavoro. Ma non il lavoro inteso solo come mestiere o stipendio. No. Il lavoro come motore silenzioso della vita, come sforzo quotidiano, come impegno umano. Il Primo Maggio è, in fondo, la festa di ogni uomo. Pensiamoci: chi è che non lavora? Non parlo solo di chi timbra un cartellino o firma contratti. Parlo del bambino che, venuto al mondo da pochi giorni, comincia già il suo apprendistato alla vita. La sua giornata, senza turni e senza ferie, è fatta di fame, pianti, scoperte. Sta già lavorando – per crescere, per imparare, per diventare un giorno utile a sé stesso e, chissà, anche agli altri. Magari ai suoi nonni. Già, i nonni. Loro, in pensione, sembrano aver appeso la giacca al chiodo. E invece no: sono amministratori delegati della famiglia. Si alzano presto, vestono i nipoti, li accompagnano a scuola. Poi la spesa, la posta, una bolletta da pagare, un’amica da sentire, e infine, se il tempo lo permette, una partita a bocce nel pomeriggio. Una pausa meritata, più di tante altre. Poi ci sono gli adulti, gli uomini e le donne nel pieno dell’età produttiva. Producono idee, beni, servizi, figli. Lavorano con le mani, con la testa, con il cuore. Alcuni corrono, altri arrancano, ma tutti avanzano nel proprio cammino. E anche chi resta indietro, chi sceglie strade alternative, o chi si ferma ai margini della società – i pigri, i liberi, i disillusi, i ricchi – anche loro, in qualche modo, partecipano a questa grande macchina umana. E i religiosi? Anche loro lavorano, eccome. Hanno scelto di occuparsi dell’anima, una fatica silenziosa e instancabile. Papa Francesco, con il suo esempio quotidiano, ci ha mostrato cosa significa lavorare per l’altro fino all’ultimo giorno della propria vita. Perché, allora, non festeggiare anche lui il Primo Maggio? Ma questa festa ha anche un altro volto, più duro, più crudo. È il volto della memoria e della lotta. In Italia, il Primo Maggio porta con sé il ricordo insanguinato della strage di Portella della Ginestra, nel 1947. Lì, uomini e donne chiedevano dignità, diritti, pane. In cambio ricevettero piombo. Non possiamo dimenticare. Non dobbiamo. La storia di questa giornata comincia lontano, a Chicago, nel 1886. Gli operai scioperavano per chiedere otto ore di lavoro, otto di svago e otto di sonno. Fu una battaglia accesa, violenta, e pagata a caro prezzo. Ma gettò il seme. E anche se il presidente americano tentò di soffocare quel ricordo, la gente lo tenne vivo. Nacquero i Martiri di Chicago, e con loro una coscienza nuova, mondiale. Nel 1889, a Parigi, il Primo Maggio divenne ufficialmente la Giornata Internazionale dei Lavoratori. E anche la Chiesa, anni dopo, sentì il dovere di riconoscere quel giorno. Era il 1955 quando Papa Pio XII istituì la festa di San Giuseppe Lavoratore. Una scelta simbolica, ma potente: anche i fedeli avevano bisogno di un patrono del lavoro. Già nel 1919, d’altronde, la FIOM a Torino aveva firmato un accordo con gli industriali per la riduzione dell’orario di lavoro a otto ore al giorno. Un’intesa che arrivava tardi rispetto a Chicago, ma molto prima di tante altre conquiste. Una sola verità, alla fine, si impone: ogni essere umano è, a modo suo, un lavoratore. E il Primo Maggio è la festa di tutti, senza distinzioni. Da Est a Ovest, da Nord a Sud, in ogni angolo del pianeta, c’è qualcuno che lavora. Per vivere, per crescere, per sperare. E questo – solo questo – è ciò che davvero ci unisce.
Il Primo Maggio è la festa di ogni uomo