Il Fondo

Le fiamme lambiscono Gerusalemme

Il cielo sopra Gerusalemme ha smesso di essere solo azzurro. Da ore, il sole si fa largo tra coltri di fumo denso che si alzano dalle colline della foresta di Eshtaol. L’odore acre del legno bruciato avvolge la città, mescolandosi ad un’ansia che serpeggia tra le vie antiche e le case moderne. Un incendio vasto e potente si sta avvicinando, spinto da un vento che ha cominciato a soffiare da ovest. Un vento secco, veloce, che ha sospinto le fiamme fino ai margini dei quartieri periferici della capitale. La protezione civile ha già iniziato a evacuare alcune zone; l’autostrada principale tra Tel Aviv e Gerusalemme è stata chiusa. Mentre i vigili del fuoco lottano per contenere l’avanzata del fuoco, anche l’esercito è stato mobilitato. È una corsa contro il tempo, ma anche contro la paura. Il fuoco, però, non è soltanto un nemico naturale. In queste ore è diventato un simbolo, un’arma, persino un messaggio politico. Su un canale Telegram riconducibile ad Hamas è comparso un appello secco, inequivocabile: “Palestinesi, bruciate tutto”. Un invito a trasformare boschi e campi in focolai di protesta. E se non ci sono alberi, vanno bene auto, case di coloni – qualunque cosa possa ardere in nome della vendetta. In Cisgiordania, alcuni giovani hanno subito risposto incendiando auto parcheggiate, lanciato molotov, inneggiato a Gaza. I loro gesti non sono isolati, ma l’eco di una frustrazione che non trova voce in altri canali. Gaza, intanto, è ridotta in macerie. I raid israeliani, iniziati dopo l’attacco del 7 ottobre 2023, continuano con la stessa intensità. Migliaia di morti, metà dei quali bambini. Interi quartieri spazzati via. E un futuro che appare sempre più come una distesa di cenere. Benjamin Netanyahu, da mesi al centro delle critiche internazionali, tiene la linea. Resta saldo, deciso, mentre intorno a lui crescono le fiamme reali e quelle politiche. Per i suoi oppositori, è lui l’incendiario più pericoloso – non solo per Gaza, ma per l’intera regione. Per pochi altri, è l’uomo che difende Israele in uno dei momenti più difficili della sua storia recente. Il fuoco, anche in questo caso, diventa metafora. Distrugge, ma divide anche le coscienze. E Gerusalemme? La città eterna, contesa, sacra per tre religioni, oggi si riscopre vulnerabile. Lo scenario è surreale: turisti evacuati, sirene in lontananza, elicotteri antincendio che sfrecciano sopra il Monte degli Ulivi. Le fiamme, che da secoli sono simbolo di fede, oggi appaiono come un presagio. Non solo di un disastro ecologico, ma di una possibile nuova escalation. Il calore, l’odio, la paura: tutto sembra crescere insieme. Nelle dichiarazioni, nei gesti, nei silenzi. Intorno a Gerusalemme si consuma un nuovo capitolo di una storia mai conclusa. Ma se il fuoco arriva fin dentro la città vecchia, se tocca i suoi luoghi simbolici, allora il rischio non è solo quello di perdere alberi e case. È quello di perdere l’ultimo brandello di equilibrio e precipitare nell’abisso.

Nel frattempo, la notte cala, e nel buio ognuno guarda verso l’orizzonte temendo che, questa volta, l’Inferno non sia solo una metafora.