Sono trascorsi oltre tre anni dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina. Eppure la fine del conflitto, nonostante le dichiarazioni e le iniziative di leader come Trump, appare ancora distante. Nel labirinto di trattative mancate, aiuti militari senza condizioni e conferenze diplomatiche inconcludenti, una verità semplice ma scomoda resta inevasa: la chiave per avviare un negoziato serio con Mosca potrebbe consistere in una sola frase, pronunciata da Zelensky. “Non entrerò mai nella NATO, lo giuro”. Una dichiarazione pubblica e formale, che segnerebbe una svolta simbolica e politica, potrebbe aprire la strada ad un cessate il fuoco. Tutto il resto – dallo status dei territori occupati alla ricostruzione, fino alle garanzie di sicurezza – verrebbe solo in seguito. Ma finché la prospettiva di un’Ucraina integrata nell’Alleanza Atlantica resterà sul tavolo, Putin continuerà a percepirla come una minaccia strategica. Nonostante ciò, Zelensky continua a viaggiare tra le capitali occidentali in cerca di sostegno militare, accolto come simbolo della resistenza europea. Ottiene missili, carri armati, applausi e impegni a supportarlo senza scadenza. Nel frattempo, l’Ucraina continua a pagare un prezzo altissimo in termini umani, mentre il conflitto si trasforma in un logorante laboratorio geopolitico. Il sostegno occidentale, col passare del tempo, sembra somigliare sempre più a una terapia a lungo termine somministrata ad un paziente a cui non si intende permettere una vera guarigione. Una guerra in corso significa anche rinnovare arsenali, testare nuove tecnologie belliche, rafforzare legami strategici. L’ironia è amara ma evidente: le forniture militari si prolungano come fossero cure sperimentali, mentre il fronte ucraino diventa il banco di prova di un riarmo su vasta scala. Resta poi irrisolta la questione delle garanzie di pace. È realistico pensare che il Cremlino possa accettare un accordo sapendo che forze occidentali – inclusi due membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU e una terza potenza impegnata in un colossale piano di riarmo – potrebbero intervenire direttamente in Ucraina per farne rispettare i termini? Una simile ipotesi ignora la psicologia strategica russa, oltre che le lezioni della storia. Le grandi potenze non si arrendono mai sotto la minaccia dell’isolamento. L’idea che Mosca possa essere “contenuta” ricalca logiche neocoloniali che, nel passato, servivano a imporre la pace nei territori del Sud globale. Riproporre questo approccio contro una potenza nucleare comporta non solo il rischio di allungare il conflitto, ma anche di renderlo definitivamente ingestibile. Nel discorso pubblico continua a circolare l’idea che, una volta piegata l’Ucraina, Putin potrebbe rivolgersi al resto d’Europa. Una narrazione funzionale a giustificare ogni nuova escalation, ma che ignora il fatto che Mosca, da anni, cerca di contrastare l’espansione della NATO ai propri confini, più che lanciare offensive su scala continentale. Nel frattempo, si trascurano mediazioni alternative – come quella turca – e si guarda con sospetto ai Paesi che non si allineano al blocco occidentale. La pace, in questo scenario, resta subordinata alla vittoria totale. Una vittoria che nessuno, finora, ha saputo definire con chiarezza. Zelensky, con un atto di coraggio politico, potrebbe infrangere questo schema. Una dichiarazione ufficiale di neutralità, pronunciata davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, rappresenterebbe un gesto senza precedenti. Non una resa, né una capitolazione. Piuttosto un passo strategico per privare la Russia del suo principale alibi nella prosecuzione della guerra. Tutto il resto, al momento, appare come un esercizio retorico tra potenze impegnate più a tutelare i propri interessi economici e militari che a proteggere davvero le popolazioni coinvolte. Lo dimostra anche il silenzio – o la cautela – sul massacro in corso a Gaza, dove la posta in gioco è assai meno redditizia, salvo che per chi intende preservare certi equilibri finanziari legati a Israele.
La pace non si costruisce con le dichiarazioni di principio, ma con gesti concreti. Anche i più scomodi. Forse è tempo di pronunciare le parole che nessuno vuole sentire. “Non entrerò mai nella NATO. Lo giuro”.