Se la vita si esaurisce in un giorno, perché non goderne a piene mani. Non me ne vorrà Papa Francesco se lo prendo come simbolo di questa nostra memoria a scadenza. È tornato alla casa del Padre solo pochi giorni fa, era il lunedì dell’Angelo. Se non fosse stato Papa, se non fosse stato esposto secondo il protocollo nella maestosa Basilica di San Pietro, tutto si sarebbe concluso nel tempo di un respiro: morte, sepoltura, oblio. Eppure era il Pontefice, e non uno qualunque. Nondimeno, mentre ancora si recitavano le preghiere, già gli occhi del mondo erano puntati sul comignolo di Roma. Fumata nera? Fumata bianca? Chi sarà il nuovo ambasciatore di Dio sulla Terra? Quale volto guiderà un’umanità nervosa e iperconnessa? E poi, come si relazionerà con l’Intelligenza Artificiale? Sarà pronto a evangelizzare anche le macchine, o le lascerà convertire a noi? Tante domande per il domani, mentre il presente ha già fatto le valigie. Lui se ne è appena andato, ma noi siamo già oltre. Se è così per un Papa, figurarsi per noi comuni mortali. Che fine faremo? Quante ore durerà il nostro ricordo? Intanto, le prime parole dette a chi resta sono le solite: la vita continua. Parole dolci, rassicuranti, ma letali. Perché nascondono la realtà: la memoria ha il fiato corto. “Sarà sempre nel mio cuore”, si dice. Poi, dopo due caffè e una lacrima, si chiama l’agenzia di viaggi. Quella meta che si era sognata in due, ora si prenota da soli, col cuore alleggerito dalla formula magica: la vita continua. È un atto d’amore? Una promessa mantenuta? No. Le statistiche non mentono. Cambiano meta, cambiano agenzia, cambiano perfino compagnia. Non è rispetto, è autoassoluzione. È la fuga dalla colpa, il tentativo disperato di convincersi che il dolore dura solo un attimo, e poi si può tornare a sorridere per dovere. Dal lutto di un anno ai funerali da ventiquattr’ore: è uno schiaffo alla lentezza del cuore. Qualcuno ogni tanto va ancora al cimitero, è vero, ma sono sempre meno. I Comuni lo confermano: dopo un tot di anni ti sloggiano. Nessuno paga più, nessuno si ricorda più. Nemmeno i parenti. Nemmeno tu. E allora, se il ricordo svanisce in un giorno, perché non godersela finché si può? Perché non andarci subito, insieme, in quell’agenzia metaforica, e vedere chi muore prima? Magari ridendo. E intanto i faraoni, chiusi in tombe d’oro, vengono ancora visitati da milioni di turisti.
A loro l’eternità, a noi il post su Instagram. Ma tu, davvero, sei un faraone?