Opinioni e commenti

Riflessioni eretiche: Iran, Iraq e gli schemi della destabilizzazione

Le recenti dinamiche di tensione tra gli Stati Uniti, Israele e l’Iran evocano, per chi ha memoria storica, inquietanti parallelismi con eventi passati. In particolare, le modalità di pressione esercitate sull’Iran richiamano alla mente lo schema che ha portato alla seconda invasione del Golfo Persico e alla successiva distruzione e destabilizzazione dell’Iraq. Un territorio, quello iracheno, che da allora fatica a ritrovare stabilità, con conseguenze devastanti per la sua popolazione e le sue infrastrutture.

Il precedente iracheno: armi biologiche e lezioni non apprese

Per chi ricorda la vicenda irachena, il parallelo è quasi didascalico. Nel 2003, gli Stati Uniti, con il supporto di alcuni alleati, invasero l’Iraq sostenendo che Saddam Hussein avesse ripreso il suo programma di armamento con armi di distruzione di massa (WMD), inclusi agenti batteriologici. Questo portò all’arresto del dittatore e alla sua successiva impiccagione.

Tuttavia, come ampiamente documentato dal Gruppo di Ispezione in Iraq (Iraq Survey Group – ISG) dopo l’invasione, non furono mai trovate prove concrete dell’esistenza di scorte attive di tali armi al momento dell’intervento. La giustificazione principale per l’attacco si rivelò, col senno di poi, infondata, lasciando un’eredità di sfiducia e interrogativi sulla veridicità delle intelligence che portarono alla guerra.

L’Iran oggi: la minaccia nucleare e le incertezze delle prove

Oggi, l’attenzione si è spostata sull’Iran, uno stato sovrano, accusato di cercare di dotarsi di un’arma atomica. Questa accusa è il motore principale delle sanzioni e delle pressioni internazionali. Tuttavia, è fondamentale sottolineare che l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), l’organismo preposto al monitoraggio nucleare, ha ripetutamente dichiarato di non avere prove che l’Iran stia effettivamente sviluppando un’arma nucleare, pur esprimendo preoccupazione per i livelli di arricchimento dell’uranio da parte di Teheran.

In assenza di evidenze inconfutabili che dimostrino l’imminente sviluppo di un’arma atomica da parte dell’Iran, le continue pressioni e le minacce di attacco sollevano serie questioni sulla loro giustificazione. Come noto nel diritto, e non solo, gli indizi non fanno una prova. Se le premesse di un’azione militare non sono solidamente supportate da fatti verificabili, si rischia di cadere nuovamente in un ciclo di destabilizzazione con conseguenze imprevedibili.

Chi trae vantaggio da queste tensioni?

È lecito chiedersi chi tragga reale beneficio da questo persistente clima di tensione e, potenzialmente, da un conflitto. Certamente non i cittadini, né le nazioni la cui economia dipende dalla stabilità regionale e dai flussi petroliferi. Sembrerebbe, invece, che gli Stati Uniti possano trarre un vantaggio geostrategico ed economico. La destabilizzazione dei rapporti globali, unita alle restrizioni imposte sull’energia russa, rafforza la dipendenza degli stati europei dalle esportazioni energetiche americane, creando di fatto un mercato privilegiato per i prodotti energetici statunitensi.

In questo contesto, la condotta di alcuni leader europei, che sembrano seguire ciecamente una linea che porta alla destabilizzazione dei rapporti internazionali per rinsaldare legami bilaterali specifici, suscita interrogativi. Forse, come suggerisce l’elezione di un controverso personaggio come Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, la capacità di valutare la complessità delle dinamiche globali richiede una lucidità che a volte sembra mancare. La domanda cruciale resta: fino a che punto siamo disposti a tollerare un tale approccio alla politica internazionale?

 

Avv. Antonio Musmeci Catania