Sin dalle origini della civiltà, il denaro e la capacità di armarsi sono stati strumenti centrali nella dinamica tra aggressori e aggrediti. La storia dell’umanità è attraversata da conflitti continui, come in una versione perpetua del gioco delle “guardie e ladri”, che il cinema italiano ha saputo raccontare con amara ironia (Monicelli 1951). Tuttavia, con la Rivoluzione Francese si è aperta una nuova fase storica: quella della graduale affermazione di un principio di equilibrio sociale fondato sulla limitazione dei poteri assoluti e sull’ascesa della classe media. Un momento simbolico di questo processo è rappresentato dall’Esposizione Universale di Londra del 1851, tenutasi a Hyde Park. Considerata la prima grande fiera industriale e culturale della modernità, essa segnò l’inizio di una nuova visione della società, in cui la diffusione (seppur parziale) della ricchezza diventava un mezzo per rafforzare il potere economico e politico, non più solo attraverso la forza, ma attraverso il consenso. L’Impero britannico, all’apice della sua influenza, comprese che una gestione “controllata” della prosperità serviva a consolidare l’egemonia esistente. Nel corso dei due secoli successivi, nonostante le gravi crisi e due guerre mondiali devastanti, si consolidò l’idea che la pace fosse la condizione necessaria per il progresso e la stabilità. Questo sembrava essere il lascito principale della Seconda Guerra Mondiale: solo una governance condivisa e orientata alla cooperazione internazionale poteva evitare nuove catastrofi. Eppure, oggi, quell’equilibrio appare in crisi. Mai come in questa fase storica un numero così ristretto di individui ha detenuto tanto potere decisionale su scala globale. Il loro dominio si manifesta in forme sempre più evidenti, spesso al di sopra delle leggi, legittimato da un sistema economico-finanziario che li erge a “sceriffi” del pianeta. Le decisioni di pochi influenzano la vita di miliardi di persone, imponendo regole e giudizi unilaterali su chi può vivere, prosperare o morire. Questo scenario ricorda da vicino la rappresentazione di una realtà immaginaria del futuro raccontata dalla cinematografia contemporanea, dove il confine tra realtà e finzione si fa sempre più labile. Anche gli aspetti apparentemente frivoli o caricaturali della nuova élite – come nel caso del matrimonio di Jeff Bezos o delle provocazioni mediatiche dell’italianissimo Flavio Briatore – diventano spie significative di un cambiamento sociale profondo. Un potere che un tempo richiedeva secoli per consolidarsi (basti pensare ai faraoni o alle monarchie europee) oggi si costruisce nel giro di pochi anni, sostenuto da capitali globalizzati e tecnologie pervasive. L’attuale assetto geopolitico, con leader come Netanyahu o Trump – diversi per stile ma simili nella logica del potere assertivo – sembra ricalcare gli schemi dei governi autoritari del Novecento. Anche per questo, l’ipocrisia di chi parla di pace ma favorisce la guerra appare sempre più insostenibile. Basti pensare alla crisi in Medio Oriente: il conflitto a Gaza ha alimentato un’onda lunga di odio che rischia di colpire l’intero Occidente, generando insicurezza e tensioni di lungo periodo. Forse è giunto il momento di tornare ad interrogarsi su nuovi modelli di giustizia sociale e redistribuzione.
Se l’Esposizione Universale del 1851 segnò un punto di svolta per l’età industriale, oggi potrebbe servire una nuova figura ovviamente simbolica – un “Robin Hood 5.0” – capace di restituire centralità all’etica, all’equilibrio ed alla solidarietà in un mondo sempre più dominato dalla disuguaglianza e dalla prepotenza. Perché le armi non garantiscono la pace, ma solo il potere dei prepotenti.