Le Ferrovie dello Stato hanno deciso di guardare lontano. Anzi, lontanissimo. Secondo quanto emerso, sarebbero pronte a partecipare a un progetto europeo per costruire una linea ad alta velocità che porti dritti in Ucraina. Un gesto di solidarietà continentale, dicono. Un’operazione strategica, forse. O, più semplicemente, un’altra grande idea che arriva da chi viaggia a bordo di Frecciarossa, ma non ha mai preso un regionale alle 7 di mattina in Calabria. Ora, sia chiaro: nessuno contesta l’importanza di aiutare un Paese devastato da una guerra ingiusta e feroce. Ma viene il dubbio che il ministro Salvini, pur di mettere mano ad un cantiere gigantesco, stia cercando nuove terre da asfaltare. E visto che il Ponte sullo Stretto sembra destinato a restare un disegno nel cassetto, meglio proiettarsi verso l’Est. In fondo, dopo aver mancato la medaglia di uomo del ponte, tentare quella di uomo dell’Est veloce potrebbe sembrare una valida alternativa. Nel frattempo, però, c’è un dettaglio: l’Italia. Sì, proprio quella penisola stretta e lunga dove in alcune regioni si viaggia ancora su binari unici, con treni vecchi e orari fantasiosi. In Sicilia, ad esempio, si parla di alta velocità mentre ancora si aspetta la velocità normale. E sempre lì, per attraversare lo Stretto – in assenza del celebre ponte promesso e ripromesso – ci si affida a traghetti che sembrano usciti da un film neorealista. I pendolari italiani, da parte loro, assistono a tutto questo con lo sguardo rassegnato di chi ha smesso di sperare. Viaggiano su convogli sovraffollati, spesso in ritardo, dove l’unica certezza è il controllo del biglietto. Puntuale. Implacabile. Perché se il treno fa quaranta minuti di ritardo, pazienza. Ma se ti scordi l’abbonamento, scatta il verbale come nel Far West. Ecco allora la domanda, semplice quanto legittima: prima di salvare la mobilità in Ucraina, possiamo tentare di sistemare quella in Basilicata? Possiamo immaginare un’Italia in cui il treno diventi un’alternativa reale all’auto, invece che una roulette russa per chi lavora?
Ministro, Governo, vertici di FS: l’ambizione internazionale è bella, fa curriculum e si racconta bene nei talk show. Ma i soldi pubblici meritano rispetto. E forse, prima di pensare a correre verso Kiev, sarebbe il caso di far camminare l’Italia.